 La cultura, o civiltà, di morte, come Giovanni Paolo II l’ha chiamata, si agita sullo sfondo del dialogo tra il cardinale Carlo Maria Martini e il professor Ignazio Marino, del Jefferson Medical College di Philadelphia. Ma i due eminenti interlocutori conversano come se questo sfondo incombente fosse un innocuo teatro di ombre. Ambedue si interrogano su vita e morte con l’auspicio che cessino gli scontri “sulla base di principi astratti e generali”. Il cardinale evoca più d’una volta “zone grigie” – ad esempio quella relativa al destino degli embrioni in soprannumero congelati – che ostacolano univocità di giudizioe di decisione, e sollecita la Chiesa a formare le coscienze al “discernimento del meglio in ogni occasione”.
Ma nelle zone grigie la cultura di morte non ha difficoltà a decidere. Anzi, di zone grigie non ne ha. Armonizzando arbitrio e tecnica, una sempre più realizzabile corrispondenza tra fatto e volere individuale la soddisfa e la premia. In questo quadro che cosa significa propriamente, come auspica il cardinale, “un dialogo che non parta da preconcetti o da posizioni pregiudiziali”? Una premessa del genere sembra quasi rimproverare alle premesse antropologiche cristiane di essere ciò che esse sono, principii cui necessariamente riferirsi, fondamenti oggettivi per il discernimento e il giudizio. Chi trarrà vantaggio da tale rimprovero? Non ne ha tratto vantaggio, anzitutto, il dialogo tra i nostri due interlocutori. È Ignazio Marino ad anticipare il cardinale proponendo di “individuare punti di incontro e non di divisione [contro] facili contrapposizioni e strumentalizzazioni che non portano se non a fratture nella società”: modo non raro, in Italia, di concepire la discussione bioetica da parte delle culture “illuminate”. Dichiarandosi “pienamente d’accordo sulle premesse”, il cardinale si mostra subito troppo condiscendente di fronte al suo interlocutore. Il professore si dice certo, ad esempio, che “il progresso scientifico” abbia “rivoluzionato la posizione dell’essere umano nei confronti della vita”. Assunta rigorosamente, tale affermazione appare priva di fondamento. La tecnica ha sì rivoluzionato le chance dell’uomo, ma non la sua visione fondamentale su vita e morte, malattia e salute, radicata nell’antropologia occidentale-cristiana e condizione della nostra stessa capacità critica sulla bio-tecnica, anzi, condizione “sine qua non” per la possibilità e la sensatezza stessa del dialogo Marino-Martini. La simpatetica conversazione tra i due manca di questo sapere critico su di sé. Il cardinale sembra troppo tentato da una lettura mitigata delle cose – esemplari le formule eufemistiche sull’aborto – secondo una incorreggibile propensione delle culture cattoliche “dialogiche”, di cui egli è sempre stato punto di riferimento. Il cardinale ammette naturalmente l’esistenza di un conflitto di valori, ad esempio quando sottolinea la incompatibilità tra libere istanze procreative e indisponibilità degli embrioni ai bisogni di un qualsiasi individuo. Ma è da temere che la proclamazione secondo cui ciò che conta è “non creare inutili divisioni” produca l’effetto di far giudicare ogni divisione sui valori infondata perché inutile, e inutile perché infondata. * * * Edulcorare i termini di un radicale dissenso spesso proviene da una “eclipse of reality”, secondo la celebre formula e diagnosi di Eric Voegelin. Due esempi: il destino degli embrioni congelati e l’aborto. Nel primo caso il cardinale pare cedere al fascino della formula del “sempre meglio favorire la vita”, certamente sfuggendogli che si tratta dell’argomento sempre rivolto contro l'insegnamento del magistero cattolico, e in Italia contro la legge 40 del 2004, dai promotori della procreazione medicalmente assistita. Per essi, infatti, i divieti di legge impedirebbero alle coppie o alle donne single di procreare quando vogliono, secondo fondamentali diritti di libertà negativa; ma in quanto impediscono di generare nuova vita quei divieti sarebbero contraddittori anche con la promozione cristiana della vita. Ma non si era già argomentato abbastanza, nelle discussioni sulla fecondazione artificiale, che altro è la tutela della vita esistente, altro è la volontà scriteriata di generarla? E non si era messo in guardia che la pretesa a diritti procreativi non è realmente ordinata alla vita altrui, poiché nelle stesse posizioni che promuovono i diritti procreativi compare simmetrico e complementare il diritto di sopprimere senza vincoli la vita carente propria e altrui, con l’eutanasia? Non si può situare questa volontà nell’ordine dell’amore, come sembra fare per generosità il cardinale Martini. Qui è l’agostiniano amor di sé che prevale. Pensare, poi, di favorire la vita allocando degli embrioni là dove vi sia volontà di procreare in qualsiasi modo, è solo in apparenza una soluzione caritatevole. Tale pratica non resterà circoscritta ad “una soluzione che permetta ad una vita di espandersi”, perché si mancherà doppiamente alla giustizia: da un lato, nei confronti degli embrioni che verrano ancora scriteriatamente prodotti in soprannumero per un qualsiasi fine, e congelati col pretesto che comunque si potrà sempre trovare un utero in cui impiantarli; dall’altro, nei confronti degli embrioni portati a maturazione in virtù di una lotteria di assegnazioni a “famiglie” programmaticamente monogenitoriali, contro ogni prudenza e diritto del concepito. Il tutto contribuendo a processi in atto di estrema gravità: dalla assuefazione sociale a genitorialità atipiche, al disordine generazionale e demografico eretto a sistema, al rafforzamento delle ideologie nichiliste che si esprimono nella pretesa a diritti soggettivi incondizionati sul terreno antropologico ultimo. Il destino degli embrioni conservati nei laboratori è problema serio. Ma la soluzione non può essere quella del caritatevole “diàmone a chi ne ha bisogno”, a medici e biologi, come se si trattasse del rapporto tra eccedenze e povertà, senza riguardo alle conseguenze. Nel caso dell’affidamento degli embrioni a donne single, il cardinale Martini appare meno cauto del suo interlocutore. Egli ritiene che i problemi di più genitorialità in conflitto, eventualmente conseguenti a una fecondazione eterologa con seme od ovulo esterno alla coppia, siano analoghi a quelli dell’adozione, e superabili. Aggiunge di preferire la donazione di tali embrioni a una single, rispetto alla loro distruzione. Per fortuna nega fermamente e chiaramente l’utilizzabilità degli embrioni per la ricerca. * * * Quanto alle considerazioni del cardinale sull’aborto, esse appaiono quasi irrispettose per chi combatte da decenni su questo fronte, non solo nel mondo cristiano. Infatti è palesemente non vero, oltre che irrealistico, che uno stato democratico moderno “si sforzi” di diminuire gli aborti e le loro cause. Per gli ordinamenti liberaldemocratici – intrinsecamente immoralistici nei loro indirizzi recenti – l’aborto è un nulla relegato nella sfera privata; diviene rilevante solo in caso di allarme demografico. La vantata riduzione del numero degli aborti in Italia è dovuta non alla legge 194 del 1978, largamente inapplicata nei suoi potenziali freni alla pratica abortiva, ma alla somma di almeno due cause: la generalizzazione dell’uso degli anticoncezionali e, di fronte al ridotto numero di gravidanze indesiderate, la pressione morale tenacemente esercitata dalla Chiesa cattolica sulle coscienze. Il cardinale, in effetti, parla solo di riduzione degli aborti clandestini; non così il professor Marino, con un risultato comunicativo altamente equivoco. La verità è che le leggi sull’aborto anzitutto proteggono, giuridicamente e medicalmente, la donna che decide di abortire. Ed anche qui suona eufemistica e inesatta l'affermazione che lo stato si limiti a ritenere “non conveniente perseguire penalmente” l’aborto. La legislazione dichiara in realtà pienamente legale, entro certi limiti di tempo, la pratica abortiva; anzi, per molti, lo stato sancirebbe positivamente un vero e proprio “diritto all’aborto”. Si configura dunque, innegabilmente, quella che il cardinale chiama ancora con un eufemismo “una certa cooperazione delle strutture pubbliche all’aborto”, su cui però egli confessa di non sapere cosa suggerire. Tutto ciò è onesto, ma la cautela e la riflessività delle formule possono invitare a una accettazione non critica dello stato di fatto, non si sa a vantaggio di chi e di che cosa. * * * Il passaggio più delicato dell’intervista è forse quello relativo all’accettazione da parte del cardinale del congelamento del cosiddetto pre-embrione, ossia – come spiega Marino – “l’ovocita allo stadio dei due pronuclei, cioè nel momento in cui i due corredi cromosomici sono ancora separati e non esiste un nuovo DNA”. Chi, anche non avendo preparazione specialistica, conosce la letteratura in proposito, sa che la fase della fecondazione che vede la presenza e la reciproca attrazione dei due pronuclei è già preceduta da trasformazioni chimiche che la rendono unica e irreversibile ed è già pienamente finalizzata all’embrione, in un “continuum” unitario e orientato. Da questo la riflessione critica pro-life ricava la grande problematicità, se non l’implausibilità, di considerare tale fase estranea all’individuo in formazione. Il problema che ne nasce è sorprendentemente eluso dal cardinale. Anche qualora si ritenesse plausibile congelare la coppia di pronuclei maschile e femminile, l’unico vantaggio sembrerebbe quello di poterne poi praticare la distruzione senza ostacoli morali, in caso di un suo mancato utilizzo nel corso di un trattamento per infertilità. Qualsiasi altra destinazione esigerà che sia portato a completamento il suo sviluppo ad embrione: e in quel momento ogni problema morale si riproporrà di nuovo immutato. Resta comunque l’interruzione di un processo in sé ordinato ad una individualità, a quella singola individualità (l’eventualità dei gemelli omozigoti non impedisce né qui né in altri stadi di parlare di singolarità e identità). La sua illiceità appare derivabile come minimo da un principio di cautela, che deve informare la nostra difesa attiva dell’intangibilità dell’essere umano. * * * Va poi considerato il passaggio in cui il cardinale afferma: “È importante riconoscere che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana”. Qui il primato della vita fisica, prima invocato a proposito delle tecniche procreative, sembra scomparire di fronte alla malattia e alla “buona” morte, in singolare simmetria con gli argomenti pro-aborto e pro-eutanasia. Certamente secondo l’antropologia cristiana – non per il moderno legislatore, tecnicamente cieco a trascendenza e immortalità – l’umanità è apertura prima e ultima alla vita eterna. Ma il principio andrebbe applicato, allora, agli embrioni congelati, tanto più se la ricerca di una loro sopravvivenza comporta conseguenze indesiderabili. L’argomento ha comunque scarso significato, in bioetica. Che vi sia, come crediamo fermamente, una dignità dell’esistenza che non si limita alla sola vita fisica, ma guarda alla vita eterna, è argomento che non è qui immediatamente spendibile, certamente non nel senso cui sembra alludere il cardinale. Esso infatti potrebbe esser fatto valere non solo contro il cosiddetto accanimento terapeutico, ma contro ogni cura ordinata alla sopravvivenza. Ed è avvenuto e avviene che sia fatto valere da persone proiettate santamente verso la gloria futura senza riguardo al benessere personale o alla qualità della vita propria. Della propria, va sottolineato. L’uomo non ha scappatoie omicidarie o suicidarie per la vita eterna, né vi è alcun premio – fatta salva l’insondabile misericordia di Dio – per la morte ingiustamente procurata o procuratasi. Nessuno giustificherà me d’aver tralasciato di curare, potendolo, la vita di un mio prossimo perché ho pensato che fosse meglio per lui “andare in cielo”. Se poi si esclude il compimento soprannaturale cristiano, che significato può avere il primato della “dignità”? Di quale dignità fruirà mai quella vita estinta, quella persona una volta sottratta alla vita? La dignità d’essere un nulla che per definizione non soffre? * * * Quelle del cardinale Martini non sono forse, in se stesse, posizioni gravemente divergenti dal magistero ordinario. Sono cautamente “permissive” sul caso singolo – che è poi prassi da confessore. E qui sta il problema che il cardinale non sembra cogliere: manca nelle sue considerazioni, per quanto fini e pensose, la distinzione tra la norma che fa parte della costituzione e funzione docente della Chiesa, da un lato, e dall’altro lato l’”epikeia”, il giudizio prudenziale e soggettivo, infine caritatevole, che appartiene all'ordine della giurisdizione, del foro esterno come di quello interno, e della pratica penitenziale. Il cardinale non sembra vedere – forse non intende sottolineare – la peculiare funzione della norma rispetto alla “formazione delle coscienze”. La norma è insostituibile, ed è anche fatta di divieti. Appare, dunque, squisitamente utopico-moralistico suggerire che la formazione della coscienza debba prevalere sulla legge nel magistero della Chiesa. Norma e coscienza individuale sono ad un tempo inscindibili e segnate da reciproca trascendenza. A chi conviene, allora, imputare al conflitto bioetico d’essere pretestuoso, anzi “strumentale”? Certo, si può pensare di sottrarre ragioni ed emozioni alla attiva resistenza che la gerarchia e la cultura cattolica oppongono alle “modernizzazioni” liberal-radicali. Vi sia o meno in ambedue i dialoganti la volontà di indebolire una da loro non apprezzata soggettività cattolica, il danno che produce anche il solo imbarazzo creato a Roma dall’intervista del cardinale Martini è evidente. Ma è ancora maggiore il danno che le sue pur caute “aperture” possono provocare sulla tenuta del consenso pro-life e della conseguente decisione di tanti cristiani e di significative minoranze laiche a dare battaglia su questo terreno. Pietro De Marco Fonte: http://www.chiesa.espressonline.it
Hits: 296 |