 L'episodio dell'adultera (Gv 7,53-8,11), molto noto, non doveva far parte del Vangelo di Giovanni fin dall’inizio, come indicano già alcune differenze di linguaggio e di contenuti[1]. Manca inoltre in una serie di manoscritti antichi e autorevoli e, quando compare, viene collocato anche in altri punti, e non solo di questo Vangelo, ma anche del Vangelo di Luca. La sua canonicità non è in discussione, grazie anche al fatto che venne inserito da Gerolamo nella sua traduzionelatina della Bibbia, diventata poi quella ufficiale della Chiesa, la Vulgata. Si presenta come un brano autentico della tradizione evangelica e si sospetta che abbia avuto difficoltà a essere accettato nei primi secoli a causa della rigida disciplina ecclesiastica allora vigente a proposito della colpa di adulterio.
La collocazione che si è imposta (dopo Gv 7,52) non appare comunque casuale, ma suggerita dal collegamento con temi dominanti nei cc. 7 e 8 di Giovanni, senza tuttavia che venga eliminata l’impressione di un inserimento che interrompe il filo del racconto. Ne consegue che l’analisi del brano non può contare sul contesto immediato, ma va condotta autonomamente. Il racconto, che è ambientato nel tempio, inizia come una disputa e presenta somiglianze con altre dispute a cui, secondo i Sinottici, Gesù venne sottoposto dalle autorità giudaiche nei suoi ultimi giorni a Gerusalemme[2], ma si sviluppa poi in modo originale. Ha un andamento drammatico e ricco di colpi di scena. Lasciando in ombra molti particolari, non si presta a facili interpretazioni. Solo apparentemente è incentrato sulla questione dell’adulterio; in realtà offre una prospettiva più ampia e complessa sul tema del peccato e sul rapporto tra Gesù e i peccatori. A parte la cornice introduttiva (7,53-8,1), si può articolare in tre scene, sulla base dei rapporti tra i personaggi e dei comportamenti di Gesù. Nella prima scena (8,2-6a), davanti a Gesù seduto, intento a insegnare, un gruppo di scribi e farisei porta una donna sorpresa in adulterio e gli chiede di esprimere un parere sulla pena che la legge prevede in tali casi. La seconda scena (8,6b-8) è incorniciata dal ripetuto gesto di Gesù di chinarsi a scrivere per terra e contiene al centro il dialogo tra i giudei che ripetono la domanda e Gesù che si alza e risponde. Nella terza scena (8,9-11) gli accusatori se ne vanno e Gesù di nuovo si rialza per dialogare con la donna. Una domanda pretestuosa Al momento in cui scribi e farisei compaiono in scena, si è già compiuto il reato di adulterio, presumibilmente da parte di una donna sposata. Non vengono forniti particolari sul modo in cui si è arrivati all’accertamento, anche se si può ipotizzare che ci fossero stati almeno due testimoni, a parte il marito (cf. Dt 19,15). Nulla viene detto neppure dell’amante, che si può immaginare fuggito. È probabile che il processo non si sia ancora svolto e la sentenza non sia stata ancora pronunciata, perché così si evince dalla domanda che Gesù farà successivamente: «Nessuno ti ha condannata?» (8,10). Il racconto pone in evidenza soprattutto l’atteggiamento degli accusatori: essi si sentono sicuri di sé perché la colpa è flagrante e perché conoscono bene le norme della legge (cf. Lv 20,10; Dt 22,22) che prevedono, anzi impongono («Mosè ci ha comandato», 8,5), la condanna a morte per l’adulterio; sono fermamente convinti che occorra punire in casi simili solo la colpa della donna («Ci ha comandato di lapidare donne simili», dicono con un certo disprezzo), benché la legge nei passi sopra menzionati commini la pena per entrambi gli adulteri. Hanno condotto la rea manifesta davanti a Gesù e l’hanno collocata in mezzo (8,3), al centro della grande folla che sta ascoltando Gesù (8,2), come a ricreare l’ambiente del tribunale e per attirare l’attenzione di tutti su di lei. Ora chiedono il parere di un Maestro così stimato e seguito («Allora, che ne dici?», 8,5), ma il loro intento non è davvero quello di consultarlo né provano personalmente stima verso di lui, anche se lo chiamano «Maestro» (8,4). Come viene precisato a margine dal narratore (8,6a), il loro scopo reale è quello di metterlo alla prova e di trovare un pretesto per accusarlo. Dal loro punto di vista, qualunque risposta possa dare, Gesù dovrà per forza compiere un passo falso: se contesterà la pena della lapidazione, si mostrerà trasgressore della legge e passibile lui stesso di condanna; se l’ammetterà, contraddirà il principio della misericordia verso i peccatori per il quale si è reso famoso e provocherà reazioni negative nei suoi seguaci[3]. Essi appaiono certi di non lasciare via di scampo all’interlocutore, tanto che, dopo una prima reazione di silenzio di lui, e di fronte a gesti che non capiscono ma probabilmente interpretano come segno di imbarazzo, insistono nella domanda (8,7a). È una situazione che richiama quelle delle dispute sul ripudio, sul tributo e sulla risurrezione[4]. Anche qui abbiamo avversari giudei che, dietro l’apparenza di un atteggiamento rispettoso verso il «Maestro», affrontano Gesù con l’intenzione di metterlo in difficoltà: gli sottopongono questioni che implicano una presa di posizione sulla legge mosaica, della quale si fanno forti (dispute sul ripudio e sulla risurrezione), oppure dilemmi che obbligano a risposte comunque compromettenti (disputa sul tributo). Con la differenza, però, che nel nostro episodio non si tratta semplicemente di decidere su princìpi teorici (È lecito a un uomo ripudiare la moglie? È lecito o no dare il tributo a Cesare?) o su un caso ipotetico come quello di una donna sposata successivamente a sette fratelli (Di chi sarà moglie nella risurrezione?), ma si tratta di decidere sulla vita o sulla morte di una persona che è lì presente. Gesti enigmatici Ma Gesù elude la domanda e risponde dapprima con gesti strani: si china e scrive, o traccia segni, col dito per terra (8,6a). Tali gesti vengono in seguito ripetuti (8,8) e quindi sono messi in rilievo, pur restando alquanto enigmatici. Nella logica del racconto, si contrappongono a quelli di alzarsi e rivolgersi a parole ai presenti, anch’essi ripetuti due volte (8,7.10). Pertanto, in un significato generico, indicano il rifiuto di pronunciarsi nel modo voluto dagli avversari e sembrano suggerire loro di riconsiderare da soli la faccenda. Tuttavia si può supporre che abbiano anche un significato più specifico, collegato coi gesti stessi e con il contesto. Tante sono le congetture proposte. Si è pensato che Gesù scriva i peccati di ciascuno; oppure si è richiamato il valore di giudizio divino connesso col segno misterioso di una mano che scrive sulla parete, in una famosa scena del libro di Daniele (Dn 5,5). La spiegazione che ha ottenuto i maggiori consensi fa riferimento al passo di Ger 17,13, nel quale, a condanna di chi abbandona il Signore, si dice: «Quanti si allontanano da te saranno scritti nella terra (= nella polvere)». Si potrebbe tentare un’ulteriore ipotesi, che tenga conto del richiamo alla legge di Mosè fatto da scribi e farisei subito prima (8,5): Gesù potrebbe alludere al fatto che la legge consegnata a Mosè sul Sinai era stata «scritta col dito di Dio» (cf. Es 31,18 e Dt 9,10), e potrebbe indicare che egli è autorizzato a riscriverla o reinterpretarla secondo la volontà autentica di Dio, nello spirito delle antitesi del discorso della montagna: «Avete inteso che fu detto... ma io vi dico» (Mt 5,21). Del resto anche nelle dispute con cui il nostro episodio ha tratti comuni Gesù nelle sue risposte rinvia a Dio, per superare i richiami alla legge mosaica fatti dagli avversari: nella disputa sul ripudio si riaggancia all’intenzione originaria di Dio espressa nella creazione; nella disputa sulla risurrezione cita l’autodefinizione di Dio di Es 3,6, con la quale egli si manifesta «Dio non dei morti, ma dei vivi». Una risposta sconcertante Però i suoi gesti non vengono compresi dagli interlocutori, troppo sicuri di se stessi. Li toccano solo le parole inattese che egli pronuncia costretto dalla loro insistenza: «Chi tra voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei» (8,7b). Gesù sfugge all’alternativa che gli avversari pretendevano imporgli: non esprime un giudizio sulla norma di legge, anzi sembra accettarla, e non invoca misericordia verso la colpevole. Non mostra neppure di aver percezione del tranello che gli è stato teso e non accusa personalmente nessuno. Parlando di colui cui spetta di iniziare l’esecuzione, Gesù probabilmente pensa a passi della legge che attribuivano tale ruolo ai testimoni (Dt 13,10; 17,7). Egli però pone una condizione imprevista che rovescia il punto di vista. I farisei guardavano unicamente la colpevolezza della donna e si sentivano pienamente autorizzati a far valere la legge contro di lei. Invece Gesù li costringe a guardare in se stessi e a considerare la propria posizione nei confronti del peccato: non necessariamente il medesimo peccato di adulterio, ma qualunque peccato. Se la donna ha compiuto una trasgressione della legge – com’è accertato – i suoi accusatori possono affermare di non aver mai trasgredito la legge? La forza del suo argomento sta nel fatto che chi ascolta non può sottrarsi al riconoscimento della propria colpevolezza, una volta che si sia esaminato. Nello stesso contesto di Gv 7 troviamo affermazioni esplicite di Gesù che vanno in questo senso: «Non è stato Mosè a darvi la legge? Eppure nessuno di voi compie la legge» (7,19). Un rovesciamento simile di prospettiva Gesù lo attua nell’episodio della peccatrice riportato da Lc 7,37-50, dove abbiamo il caso di un fariseo che giudica severamente la donna proprio in quanto peccatrice notoria, mentre non si ritiene personalmente coinvolto nel peccato. Gesù, con la parabola dei due debitori, lo induce ad ammettere che invece anch’egli è peccatore di fronte a Dio e che non è innanzitutto il peccato il criterio con cui si deve giudicare una persona: davanti al perdono di Dio, di cui egli stesso è portatore, contano la riconoscenza e l’amore verso di lui. Nel nostro episodio l’effetto dello scoprirsi comunque peccatori è l’impossibilità per ogni uomo di condannare altri peccatori. Rimane sottesa l’idea che solo a Dio, semmai, spetta di disporre della vita del peccatore. La richiesta di Gesù ottiene l’effetto voluto, tanto che tutti se ne vanno (8,9). Erano arrivati in massa, spalleggiandosi, ma ora se ne vanno alla spicciolata, perché si sono trovati a fare individualmente i conti con la loro coscienza. E per primi si allontanano i più anziani perché sono coloro che necessariamente hanno avuto più occasioni di peccare e anche di riflettere sui loro peccati. Un perdono che salva L’uscita di scena degli accusatori non è la conclusione, inaspettata, di tutta la vicenda, perché resta ancora irrisolta la situazione della donna: se scribi e farisei non hanno potuto eseguire la pena prevista, quale sarà la decisione ultima di Gesù stesso, rimasto solo con lei? In contrapposizione all’atteggiamento tenuto dagli avversari nella prima scena, Gesù non considera la donna un puro oggetto di discussione e non consente che rimanga una presenza muta e passiva. Anzi, si alza, mostrando di non voler più astenersi dal colloquio diretto, e prende l’iniziativa del dialogo. La interpella col titolo «donna», che è abituale in lui di fronte a un’interlocutrice che considera degna di rispetto e di attenzione: lo usa con la donna cananea (Mt 15,28), con la donna piegata dalla paralisi (Lc 13,12), con la Samaritana (Gv 4,21), con la madre (Gv 2,4 e 19,26), con Maria Maddalena (Gv 20,15). Quindi la interroga: «Dove sono? Nessuno ti ha condannata?» (8,10). Non si tratta, com’è evidente, di vere e proprie domande e neanche di un semplice espediente per stabilire un contatto. Si può pensare che, come con gli interlocutori precedenti, di nuovo Gesù cerchi di indurre la persona che ha davanti a considerare meglio la propria situazione, a prendere coscienza di qualcosa di nuovo e inaspettato. E anche in questo caso un certo effetto si realizza. La risposta di lei, «Nessuno, Signore», fa intuire la sorpresa e insieme un sentimento di ammirazione e gratitudine per quel Maestro che col suo intervento ha causato un rovesciamento tanto inatteso della sua sorte. C’è anche un’ombra di timore per quello che sarà il verdetto definitivo di lui? La laconicità delle parole non permette di cogliere di più e il narratore non è interessato a sviscerare il groviglio di emozioni dei personaggi. Egli vuole lasciare l’ultima parola proprio a Gesù. Colpisce il fatto che Gesù non accenni alla colpevolezza della donna e che insista piuttosto sulla mancanza di condanna: dopo aver notato lui stesso, e fatto notare a lei, che «nessuno» l’ha condannata, proclama solennemente: «Neppure io ti condanno» (8,11a). Egli non ignora che c’è stato peccato, ma discretamente lascia che sia la donna stessa a rendersene conto. Il suo atteggiamento è in sintonia con le parole che rivolge ai farisei in Gv 8,15: «Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno». Tale benevolenza appare totalmente gratuita e supera quella manifestata verso la peccatrice dell’episodio lucano, perché non è motivata da evidenti segni di pentimento e riconoscenza come là. Con la battuta: «Va’ e d’ora in poi non peccare più» (8,11b), poi, Gesù va anche oltre. Egli esprime la sua integrale volontà di recupero e salvezza, che è in antitesi con la posizione di chi giudica e condanna. Anche a questo proposito si potrebbero trovare riscontri in affermazioni come: «Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47); «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10). E si potrebbe notare che in questo Gesù non fa altro che rivelare la volontà stessa di Dio, il quale non desidera la morte del peccatore, ma che desista dalla sua condotta e viva (cf. Ez 18,23; 33,11). Lo fa capire ugualmente a scribi e farisei e alla donna, tutti ugualmente peccatori nei confronti di Dio, e a tutti offre la possibilità di incominciare una vita nuova. Detto in parole semplici: Gesù scommette sul futuro, sulla possibilità di cambiamento e di bene che c’è in ciascuno e che si attiva nel momento in cui riceve fiducia, anche sugli effetti trasformanti dell’incontro personale con lui, che è occasione per conoscere il vero volto dell’amore e della misericordia. Clementina Mazzucco Note al testo [1] Ad es., il Monte degli Ulivi e gli scribi non compaiono mai altrove in Giovanni. Per una presentazione delle principali questioni critiche e interpretative del brano si vedano R. Schnackenburg, Il vangelo di Giovanni, II, Paideia, Brescia 1977, 302-318; R.E. Brown, Giovanni. Commento al Vangelo spirituale, Cittadella, Assisi 19995, 430-439. [2] Da questo punto di vista appare adatta la scelta di chi ha collocato il nostro brano dopo Lc 21,38, alla fine appunto dell’attività di Gesù nel tempio. [3] Secondo un’ipotesi meno probabile, se la ammetterà, si attirerà reazioni negative da parte dei romani, ai quali sarebbero riservate le condanne capitali (cf. Gv 18,31). [4] Su queste dispute cf. Mc 10,2-9; 12,13-17; 12,18-27, con i paralleli in Matteo e Luca. Hits: 436 |