 Nella seconda metà dell’Ottocento dominava ancora un meccanicismo che derivava dall’ipotesi cartesiana ell’animale-macchina. Voltaire prendeva a pedate il suo gatto asserendo che tanto non poteva soffrire perché era semplicemente una macchina. La cellula non ha nulla di elementare, così come l’atomo ha perso la sua «immediatezza» diventando un mondo misterioso. Qual è la vera differenza tra materia inerte e vivente? È la domanda contro cui si infrangono i sogni positivisti dei ricercatori. Anche in biologia si avverte l’atmosfera dei fisiciche hanno già «vinto» la battaglia della concezione deterministica.
Si entra l’indeterminato, che nella forma estrema diventa un principio tanatologico: lo studio dei fenomeni vitali riporta alla morte... Si poteva pensare che, grazie all’apporto di Darwin, la biologia avesse messo fondamenta forti su cui costruire il complesso edificio relativo allo studio sull’esistenza degli esseri viventi e dell’uomo stesso. Ma presto, anche qui – quasi fosse una regola fatale –, hanno inizio le critiche, con la fase che potremmo definire destruens. E gli anni sono – ancora una volta – quelli a cavallo tra Ottocento e Novecento. La critica prende le mosse dalla dottrina delle variazioni brusche o discontinue, oppure del progresso organico "per salti", introdotta da William Bateson (1894), ed estesa alla botanica da Korschinski (1899-1901). Questa teoria si fonda sull’inesistenza di quegli anelli intermedi che il darwinismo è costretto invece a postulare. Mettendo a punto l’albero delle derivazioni, e quindi la sequenza evolutiva, mancavano quelli che – almeno in confronto alle aspettative – potremmo considerare "prototipi", esempi cioè intermedi tra una fase documentata e quella successiva. Darwin sosteneva che bastasse cercarli e li si sarebbe trovati, alla stessa maniera per cui si erano previsti dei pianeti che poi sarebbero stati scoperti nel cielo. Del resto, se si ammette una continuità senza averla prima rilevata, occorre pensare anche ai pezzi mancanti. Per la dottrina dei salti, gli anelli che mancano sono in realtà riportati all’interno di mutazioni del tutto casuali, e anche improvvise, come una forza esplosiva ma a un tempo ignota. Al trasformismo che vuole un’evoluzione continua sotto l’influenza di fattori esterni si sostituisce un trasformismo per mutazioni brusche («novazioni vitali») dovute all’influenza di fattori interni. Fu Hugo de Vries a mettere in rilievo come le mutazioni siano variazioni del plasma germinativo, sostenendo che avvengono «senza indirizzo, in qualunque senso» (e certo, questa affermazione non permetteva un ritorno al finalismo), sostenendo pure che i periodi di mutazione giungono saltuariamente, e senza transizione (cfr. Die Mut ationstheorie, Leipzig 1901-1903). Nello stesso tempo, Louis Vialleton osservava che l’albero filogenetico non ci appare affatto come unico e continuo: l’insieme dell’evoluzione assomiglia a un fuoco d’artificio, con sempre nuovi scoppi che non prolungano affatto i precedenti. Forse i singoli rami che noi osserviamo non sono affatto usciti da uno stesso tronco; forse sono uniti come da una radice sotterranea, ma è come se fossero usciti dal suolo già divisi. In tal modo, osservò Vialleton, l’ipotesi dell’assoluta continuità è respinta: nel discontinuo, lo scatto da un grado all’altro non può essere spiegato con fattori esclusivamente meccanici, e comunque non si può parlare di trasformismo vero e proprio. «Le mot évolution doit être pris comme le contraire de transformisme» [la parola evoluzione deve essere presa come il contrario del trasformismo] (L’origine des êtres vivants. L’illusion transformiste, Paris 1929). SALTI BRUSCHI. È quanto meno curioso che, sempre sul finire dell’Ottocento, la dottrina delle variazioni biologiche venisse sostenuta anche in campo sociale dai due fondatori del materialismo storico. In una lettera a Engels del 22 giugno 1867, Marx così scriveva: «Vedrete dalla conclusione del mio capitolo III [del Capitale], dove la trasformazione del padrone-artigiano in capitalista come risultato dei cambiamenti puramente quantitativi è toccata, come nel testo... io mi riferisco alla legge che Hegel scoprì di cambiamenti puramente quantitativi che si voltano in cambiamenti qualitativi come valida egualmente in storia e in scienza naturale. In una nota io menziono le teoria molecolare...». Dove la «legge di Hegel» cui si fa riferimento è quella esposta nelle «Scienza della logica» (1812-1816, vol. I, pp. 388-390), nella quale il filosofo aveva criticato il fatto che «agli uomini piace cercare di rendere un cambiamento concepibile per mezzo della gradualità di transizione», gradualità che è proprio l’opposto di un cambiamento qualitativo nell ’Essere. Non si tratta cioè di transizioni da una grandezza all’altra ma dal qualitativo al quantitativo e viceversa, ossia di «un processo di divenire altro, che gradualmente dirompe»: nascita e morte, ad esempio, sono "interruzioni" e "salti". Nella Dialettica della natura (1873-1883, pubblicata per la prima volta in Urss nel 1925), Engels a sua volta spiega che ogni cosa di natura è in evoluzione, ma non come semplice processo di accrescimenti, bensì come sviluppo da insignificanti e impercettibili cambiamenti quantitativi ad aperti e fondamentali cambiamenti qualitativi: non graduali ma rapidi e improvvisi, in forma di salto da uno stato all’altro. La chimica, diceva, è «la scienza dei cambiamenti qualitativi che hanno luogo nei corpi come conseguenza di cambiamenti di composizione quantitativa». Anche nell’Antidühring (1878) insisteva su questo concetto, affermando che la dialettica consisteva nel riconoscere che «in certi punti-nodo la crescita o decrescita puramente quantitative danno luogo a un salto "qualitativo"». Un richiamo, quest’ultimo, per evidenziare come – sul finire dell’Ottocento – si reagisse contro la concezione trasformista che in Darwin aveva trovato la sua espressione più compiuta. Per ritornare all’origine delle specie, si deve ricordare un’altra teoria: l’ologenesi. Secondo l’elaborazione fatta da Daniele Rosa (cfr. Ologenesi. Nuova teoria dell’evoluzione e della distribuzione geografica dei viventi, Firenze 1918), in un determinato momento nacque simultaneamente un immenso numero di individui appartenenti a una sola e medesima specie. Gli individui nacquero come la moltitudine delle gocce di rugiada in un mattino d’estate: ecco l’immagine più appropriata per darci un’idea della fioritura della vita. Ognuno di quei primi organismi viventi aveva proprietà e possibilità simili a quelle del vicino; ne vennero le prime specie che poi, a loro volta, diedero origine ad altre. E il procedimento sarebbe questo: ogni specie si riproduce – pe r un certo tempo – secondo lo stesso tipo, ma poi di colpo arriva il suo "punto di maturazione". La specie madre cioè muore, dando luogo a due specie figlie entrambe diverse da quella originaria: si ha un ramo precoce che si arresta per primo e uno tardivo che, attraverso un più lento sviluppo, raggiunge forme più elevate. L’evoluzione avviene a scosse, ed è inutile cercarne di volta in volta la causa poiché la divisione periodica della specie è una proprietà della materia vivente, la quale non ha nulla a che vedere con il finalismo. Si intravede insomma un preciso carattere anti-meccanicistico, almeno nel senso che le forze possibili – proprie della materia (direzioni preordinate, direzione di sviluppo, potenzialità implicita di sviluppo) – dipendono per la loro realizzazione dalle condizioni ambientali esterne. Al meccanicismo e al trasformismo si sostituiscono i salti bruschi e un vitalismo dinamico (cfr. Hans Driesch, Der Vitalismus als Geschichte und als Lehre, 1905), e quindi si perde l’ingenuo finalismo di natura antropomorfica com’era quello settecentesco di Bernardin de Saint-Pierre. Anzi, per usare le parole di Herbert S. Jennings, anziché meccanicisticamente la vita si svolge mediante una serie più o meno lunga di tentativi, attraverso cioè un processo di «trials and errors» (prove ed errori), cosa che non si verificherebbe se il movimento fosse automatico e meccanico (cfr. Behavior of the lower organisms, New York 1936). INVOLUZIONISMO. Mentre ci si allontana dal meccanicismo, e dunque da una certezza legata al modo di procedere della natura (di cui la vita è un’espressione), si giunge a pensare persino a un anti-evoluzionismo, e a costruire la teoria dell’involuzione. André Lalande voleva combattere la morale agonistica che sembrava dovesse inevitabilmente derivare dalla teoria darwiniana della lotta per l’esistenza, secondo cui la vita è sempre il risultato di una guerra dove il più adatto – nel senso del più forte – elimina l’indivi duo e la specie più deboli. Secondo Lalande, invece, si devono distinguere tre piani: quello della natura inorganica, quello della vita e quello della ragione umana. Nel primo si assiste a un principio di degradazione dell’energia, che porta il mondo fisico verso l’omogeneo e l’uniforme (il principio di Carnot), rappresentato dall’entropia. Nel secondo piano, quello della vita, invece non è così: la vita tende a crescere differenziandosi, e lo fa a spese della materia vicina. Il terzo piano è quello della ragione, che va controcorrente rispetto alla vita, poiché «tende ad assimilare le cose tra di loro per poter assimilare tra di loro gli spiriti», e quindi tende alla semplificazione e alla omogeneizzazione delle varietà, ripetendo così la deriva che è propria della natura inorganica. Dove qui, forse, non sono importanti tanto i passaggi quanto l’idea di una anti-evoluzione, e comunque la negazione di un sistema unitario. RITORNO ALLO STATO PRIMITIVO. Anche Freud (cfr. Al di là del principio del piacere, Leipzig 1920), lanciandosi nel campo della meta-psicologia, ha parlato di una tendenza propria di ogni essere vivente a ritornare allo stato primitivo da cui era uscito, fino a considerare la morte come una meta verso cui procede ogni essere vivente. La coazione a ripetere – comportamento tipico della nevrosi il cui soggetto trova resistenze interne a procedere e a crescere – corrisponde a una barriera a sperimentare nuove possibilità esistenziali. È l’espressione – egli dice – d’una tendenza a ristabilire lo stato anteriore, una specie di «inerzia della materia» cui si è rinunciato sotto l’influenza di forze perturbatrici esterne. La vita è emersa dalla materia inorganica: quel che vi è di evolutivo è dovuto a fattori esterni che hanno risvegliato la vita stessa e che, agendo, la costringono a svilupparsi e a complicarsi. Le forze interne tendono invece a ricondurre l’individuo alla sua quiete primitiva, a uno stato inorganico che è "morte". Una te ndenza a conservare la materia nella sua condizione primitiva e, più naturalmente, di inerzia. Un istinto regressivo: l’istinto di morte. All’ottimismo implicito nella teoria dell’evoluzione Freud contrappone il suo fondamentale e radicale pessimismo. Ma l’idea di un regresso nell’evoluzione la si legge già in natura, quanto meno se osserviamo i diversi episodi catastrofici e degenerativi (cfr. Demoor-Massart-Vandervelde, L’evolution régressive en Biologie et en Sociologie, Paris, 1913). Secondo Enrico Marconi, poi, si è rovesciato persino il riferimento più popolare della teoria darwiniana, giacché le scimmie non sarebbero altro che prodotti derivati dall’umanità imbestialitasi (cfr. Enrico Marconi, Histoire de l’involution naturelle, Paris-Lugano 1915). Ciò che a noi preme dimostrare è che alla teoria meccanicistica che ha vacillato nella fisica accade lo stesso nella biologia, anche se ciò avviene in maniera del tutto indipendente. Ma, a questo punto, si insinua la necessità di abbandonare le teorie generali, che appaiono quanto meno premature. Meglio limitarci a osservare, e dunque a stare ben attaccati ai fenomeni. TRE TIPI DI VARIAZIONI. Nel mondo vivente ci sono tre tipi di variazioni. Anzitutto le fluttuazioni, che Darwin chiamava «variazioni individuali indefinite», le quali dipendono dal diverso comportamento degli individui in un medesimo ambiente. Queste rivelano l’elasticità caratteristica degli esseri viventi, contrariamente all’opinione di Darwin, ma non sono trasmissibili: in sostanza, si eredita la variabilità (ossia la disposizione a variare), non già la variazione (cioè quella specifica variazione). Poi vi sono le "sommazioni", ossia le variazioni che hanno luogo sotto l’influenza dell’ambiente esterno, e che Lamarck considerava fattori precipui dell’evoluzione progressiva. Non si è però mai riusciti a provare né che esse siano progressive né che siano ereditarie. Vi sono infine le "mutazioni" che erano ignote a Darwin, almeno c on questo termine, e certo nel significato che gli è stato attribuito nel processo evolutivo (Darwin le considerava aberrazioni mostruose saltuarie e le chiamava «sports»). Le mutazioni sono state messe in luce nella loro reale importanza attraverso gli studi sperimentali sulla Oenothera lamarckiana (1901). Sono ereditarie e sembrano nascere per caso, per una tendenza interna, senza alcun rapporto con l’utilità e i bisogni; costituiscono sovente esempi di degenerazione: sono cioè regressive. La selezione naturale, poi, non ha l’efficacia che le attribuiva Darwin: permangono le mutazioni utili o indifferenti, mentre quelle nocive si estinguono, ma ciò vale nel senso che la vita tende alla «elimination of the unfit» [l’eliminazione dell’inadatto], e così a conservare il tipo medio. A parte ciò, la morte colpisce a caso e non assicura la sopravvivenza del più adatto. «La nature ne donne qu’un prix, la fécondité» [la natura non dà che un premio, la fecondità]. Sicché, date due forme nel medesimo ambiente e con gli stessi bisogni, la specie più feconda automaticamente sostituisce l’altra. Nel caso poi d’un cambiamento dell’ambiente persistono unicamente le forme di vita che, per caso, hanno un pre-adattamento sufficiente a sopportarlo. In alcuni casi l’evoluzione finisce per produrre risultati eccessivi, oltre quel grado che sarebbe richiesto dall’utilità adattativa. Quanto alle mutazioni sperimentali, non bisogna farvi troppo caso poiché – nota Maurice Caullery – esse non sembrano andare oltre il quadro della specie: possono cioè spiegare solo la formazione di razze simili, non provocano il costituirsi di tipi nuovi (i generi di Linneo), e sono inoltre generalmente «mutations par perte» [mutazione per perdita ] (Le problème de l’évolution, Paris 1931). Insomma, l’evoluzionismo darwiniano segna sì una vittoria decisiva sul fissismo, sul "ne varietur" delle forme della vita concepite come archetipi preesistenti e immobili, ma il suo meccanismo rimane fortemente incerto. È giunto allora il momento di mostrare meno entusiasmo per teorie che sono insufficienti a spiegare i fenomeni, conducendo piuttosto a punti morti e ad antinomie insanabili tra fatti osservati e conclusioni generali . GENETICA. Un ruolo straordinario dentro la biologia lo gioca la genetica, la scienza dell’eredità: uno dei capitoli più meravigliosi, giunto alla decodificazione del genoma non solo di alcune specie minori, più semplici nella costituzione genica, ma addirittura dell’uomo. Una scienza che parte con le leggi dell’ibridazione, scoperte dal monaco boemo Gregor Mendel nel 1866, e proseguita con la "teoria cromosomica" dell’eredità affrontata da August Weismann, quindi sviluppata tramite una forte accelerazione dovuta agli studi dell’americano Thomas Hunt Morgan sulla Drosophila, fino a dare origine alla teoria dei genidi, particelle contenute nei cromosomi. Nel 1927 Hermann Joseph Müller dimostrerà che i raggi X e il radium accrescono in proporzione considerevole la frequenza delle mutazioni proprio di queste entità materiali, ipotizzando che la radiogenetica sia una creatrice di tipi. Nel 1934 la scoperta dei cromosomi giganti, a opera di Painter, permise di localizzare i geni e di far sì che venissero tracciate le mappe cromosomiche fino alla scoperta del Dna. Una «magnifica avventura dello spirito», per usare le parole di Jean Rostand: avventura che nel 1953 giunge alla scoperta della "doppia elica", ossia della struttura del Dna a opera di Francis Crick e James Dewey Watson. Una ricerca che continua ancora. La cellula non ha nulla di elementare, proprio come in fisica; l’atomo ha perso la sua elementarietà per diventare un mondo in sé complesso. La combinazione tra geni produce una "variabilità caleidoscopica". È questo un esempio di come una scoperta straordinaria nel campo specifico provochi una quantità di problemi da risolvere in termini più generali, come appunto la questione dell’origine della vita e delle specie v iventi. VIRUS. Un altro contributo (che al tempo stesso, però, costituisce un grande problema) è dato dagli studi di patologia e dalla scoperta dei virus, che da subito indicano la vicinanza tra materia inorganica e quella organica di cui i virus potrebbero essere i testimoni, in quanto complessi molecolari che vivono solo dentro le cellule e quindi negli organismi. La loro storia risale al 1892, ossia agli studi di Dmitrij I. Ivanovskij, il quale analizzando malattie come il mosaico del tabacco e del pomodoro aveva scoperto che gli agenti patogeni sono gli ultravirus o virus-proteine: strutture che vivono dentro un organismo vivente, segno forse di come la vita contagi o animi strutture non inorganiche ma nemmeno vitali. Scoperta utilissima per la medicina e per la ricerca della cause di molte malattie, ma problematica su quello del limite tra non vivente e vivente, e quindi su cosa sia la vita, e persino di come definirla. ABIOGENESI? Si complica, insomma, il tema dell’origine della vita che, stimolato dalle nuove scoperte e in particolare dai virus, finisce per diventare uno dei grandi interrogativi. Tutto nasce dall’ipotesi della generazione spontanea che, se pur negata dagli esperimenti attuali, lascia tuttavia aperta la possibilità che questa fosse stata possibile in un periodo e in un ambiente diversi, e in condizioni favorevoli. La genesi spontanea della vita (abiogenesi), anche se debole da sostenere, si pone contro una soluzione affidata al mistero che scientificamente non è mai accettabile. Del resto la teoria creazionista non ha possibilità di essere sperimentata e quindi sfugge alle verifiche della scienza. Ma anche l’abiogenesi, ipotizzata in condizioni che non si possono definire, non fa altro che spostare il mistero all’interno di una ipotesi scientifica. La vera differenza è, se mai, d’origine pragmatica. L’ipotesi creazionista pare tenda a distogliere da ogni ulteriore ricerca. Quella dell’abiogenesi, invece, è attivista: spin ge gli scienziati a cercare se sia possibile produrre artificialmente la vita. Così, anche se non dovesse riuscire a risolvere questo problema, condurrebbe però ad ampliare le nostre conoscenze. Ma l’abiogenesi avrebbe bisogno di una definizione, se non altro per dire dove si situi: se si nasce dall’inorganico, significa forse che esiste un inorganico che racchiude in sé la vita e dunque è già vita? Diceva Aristotele che per spiegare la natura di una cosa che si sviluppa è necessario risalire al suo principio; e allora comprendere come un tempo nacque un certo vivente significa sapere già che cosa questo sia? Si può sostenere la forza dell’abiogenesi solo nella speranza di riuscire a produrre la vita sperimentalmente: una stupenda prospettiva, che però sposta il problema senza risolverlo. L’interrogativo sulla natura della vita rimarrà fino a che non sia stata risolta l’altra questione: vi è differenza, ed eventualmente quale, tra la materia "inerte" e quella "vivente"? Se questa differenza esiste, poco conta averla vista costituirsi o meno sotto i nostri occhi. Infatti l’origine non dà, e non può dare, una descrizione completa della cosa, la quale appare solo con la sua attuazione al grado più elevato, cioè al termine del suo sviluppo (quando ciò di cui era capace si è tutto dispiegato). È la maturità che mostra la vera natura di una cosa, assai più che il suo stato iniziale. Solo nel caso in cui si dimostrasse che lo sviluppo è determinato necessariamente e completamente dallo stato iniziale il problema delle origini apparirebbe come essenziale. La questione rimane quindi legata alla natura dei fenomeni vitali, condotti come siamo qui al cuore dell’antica disputa tra vitalisti e meccanicisti, la quale ci presenta un’antitesi analoga a quella tra causalismo e finalismo. Vale la pena ricordare i termini di questa lunga disputa. CAUSALISMO O FINALISMO? Per molti secoli aveva dominato incontrastato il vitalismo animistico di Platone, Aristotele e Galeno, in base al quale i fenomeni vitali sono il prodotto di una forza speciale, distinta dalla materia, concepita come anima più o meno intelligente. Nel Seicento Cartesio formulò una concezione diversa che ha influenzato anche il pensiero posteriore. Questi, pur non accettando il materialismo universale di Democrito, si mostra in favore di un assoluto meccanicismo nel campo della materia. Nella quinta parte del «Discorso» egli traccia, da un lato, una distinzione tra corpi inanimati e piante e dall’altro tra animali – uomo compreso –, per ricondurre poi questi a quelli con la famosa ipotesi dell’animale-macchina. Questa teoria, per strana che possa sembrare, ha esercitato a lungo la sua influenza. Nella seconda metà dell’Ottocento dominava ancora il meccanicismo de L’homme machine di Julien Offroy de La Mettrie (1748), che derivava dall’ipotesi cartesiana dell’animale-macchina. Voltaire prendeva a pedate il suo gatto asserendo che tanto non poteva soffrire perché era semplicemente una macchina. Tra i più noti assertori del meccanicismo, sia pure con alcuni distinguo, incontriamo il medico e fisiologo Claude Bernard e i materialisti Jakob Moleschott, Ludwig Büchner e Walter Vogt. Per il Needham (prima maniera) il meccanicismo non era una realtà obiettiva bensì un principio regolatore, un "come se", l’«als ob» di Weininger ( Joseph Needham, «The sceptical Biologist», London 1928). Meccanicismo vuol solo dire descrizione di un principio regolatore. Per altri, invece, meccanicismo è la spiegazione di una realtà – quella vivente – fatta comunque di forze naturali, in modo tale da rimanere nel campo del positivo e non cadere nella metafisica teleologica. MECCANICISMO E VITALISMO. Anche in biologia si avverte la tendenza, che abbiamo già incontrato nella fisica, a lottare contro il determinismo e quindi contro l’idea della vita come meccanismo ineluttabile. Proprio a partire dalla fisica delle particelle Niels Bohr afferma: «La vita dev’essere consider ata come un fatto elementare inesplicabile». La biologia in questo modo si associa all’indeterminato, che nella forma estrema si esprime nel "principio tanatologico". Secondo questo principio lo studio dei fenomeni vitali è alla morte che necessariamente riporta. Il vitalismo d’altra parte sarebbe eliminato definitivamente se si potesse dimostrare che i fatti della vita sono pure e semplici espressioni chimiche, e che per questo la speranza dei biologi meccanicisti risulta infondata. Ciò spiega perché un certo elemento vitalistico rimane anche nelle spiegazioni antivitaliste, sia pure mascherato, magari semplicemente come mistero o atto di fede in ciò che sfugge. Hans Driesch rappresenta forse un caso limite: discepolo di Haeckel, famoso per i suoi studi sulla segmentazione delle uova di riccio di mare (1891), fu indotto a concludere che era necessario ammettere l’esistenza di una «costanza della forma»: un’entità vitale la quale, come una specie di demiurgo, non produce ma si limita a dirigere i fenomeni vitali agendo come una misteriosa costrizione che si sovrappone al mero meccanicismo e spinge il vivente verso qualcosa di innato. È questa «causalità totalitaria del corpo organico» che Driesch definisce con il termine aristotelico di «entelechìa» (energia vitale), anche se il biologo tedesco le attribuisce un senso del tutto diverso. Per Aristotele infatti l’energia vitale ha in sé il suo fine avendolo raggiunto nella natura. L’energia vitale si è realizzata (è il "teleologismo statico"). Driesch vi contrappone il suo "teleologismo dinamico": l’entelechìa non ha carattere quantitativo e non è misurabile, rimane una guida nello sviluppo capace di regolare il processo della vita con significato prospettico. È un principio regolatore (Die Philosophie des Organischen, Leipzig 1921). Per esemplificare, l’embrione ha un’energia vitale in divenire poiché contiene tutto lo sviluppo futuro: ecco cosa s’intende per "significato prospettico". Il fisiologo Eti enne Jules Marey affermava: «Quanto a me, io non conosco i fenomeni vitali; io non constato che due specie di manifestazioni della vita: quelle che ci sono intelligibili, e sono tutte d’ordine fisico o chimico; e quelle che non ci sono intelligibili, le quali sono evidentemente quelle che si chiamano vitali» (cit. in Emile Boutroux, De l’idée de loi naturelle dans la science et dans la philosophie contemporaine, lez. VIII). Forse ha ragione Joseph Needham (ultima maniera) quando afferma la necessità di superare vitalismo e meccanicismo (cfr. Ordine e vita, Torino 1946). Il vitalismo ha avuto il merito di attrarre l’attenzione sulla reale complessità dei fenomeni vitali, reagendo così alla tendenza di soluzioni ultrasemplicistiche; il meccanicismo, d’altra parte, ha avuto il merito di aver combattuto un’invincibile propensione per l’animismo romantico e di aver proposto un ideale pragmatico che produceva ricerca e scartava decisamente l’accettazione dell’inspiegabile quale possibile spiegazione. Needham ammette «un fondo alogico del mondo» (che dunque sfugge alle spiegazioni della scienza), fondo che forse non potrà mai essere annullato. Egli ritiene però che si debba minimizzare il «fondo alogico dell’universo» proprio perché questa è la vocazione della scienza. In altre parole, il vitalismo rimane nella reale complessità della vita combinandosi con un aspetto pratico proprio del meccanicismo (op. cit., pp. 20-25). Needham sposa il punto di vista del materialismo dialettico: l’ordine biologico costituisce nella natura un nuovo livello dialettico, una forma di ordine differente da quelli reperibili in fisica, in chimica e in cristallografia, seppure non impenetrabile alla mente umana né governato da entità spirituali inintelligibili. Respinti tanto il vitalismo che il vecchio materialismo meccanicistico, Needham nega sia le demarcazioni tra fisica e biologia sia la riduzione di questa a quella, e riconosce nel vivente qualcosa di qualitativamente diverso, co n caratteri specifici. Si coglie la voglia di non cadere da una parte e dall’altra, e si entra in un sogno: un sogno non tanto da raccontare ma da integrare nella realtà. In questo clima si può persino giungere a capovolgere il problema e a ipotizzare che non è l’organico a nascere dall’inorganico, e quindi il vitale dal chimico, ma si immagini che l’inorganico derivi da ciò che è vitale, potendo quindi concludere che l’universo è vivente. Questa posizione che a prima vista sembra paradossale è contenuta nell’"olismo" (una concezione globale) di Adolf Meyer Abich, in cui si propone di «dedurre gli assiomi fisici da quelli biologici» («Die Idee des Holism», in Scientia 1935, n. 279, pp. 18-29, e Ideen und Ideale der biologischen Erkenntnis, Leipzig 1934): è l’idea che l’inerte, il meccanico, il corporeo, derivino dal vivente. John Scott Haldane afferma che «se un punto d’incontro potrà un giorno essere scoperto tra biologia e fisica, e una delle due scienze venire inghiottita, questa non sarà la biologia» (The New Physiology, London 1919). Ma si tratta di posizioni che richiamano a vecchie metafisiche panvitalistiche, al panpsichismo di Ernst Haeckel, al naturalismo antropomorfico di Paracelso e di Giordano Bruno, fino alle ingenuità di Wilhelm Thierry Preyer, che definiva i metalli «segni della rigidità cadaverica di giganteschi organismi primordiali». EPICRISI. I tentativi di spiegare la vita sono stati molti e hanno persino usato il concetto di campo e di Gestalt, di unione tra corpo vitale e ambiente. Ma nulla di veramente convincente si è delineato, se non che tale argomento rappresenta una frontiera del sapere e che nessuna delle teorie finora illustrate ci offre una risposta, anche se tale mancanza mette in crisi la coerenza almeno in quanto foriera di certezze se non di verità. Vittorino Andreoli Fonte: http://www.avvenire.it
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