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Gli impassibili di Allah
Giuliano Ferrara   
venerdì 22 luglio 2005
ImageIl nostro business, as usual, non spaventa i jihadisti, che ci riprovano. Sono impassibili anche loro, e non cambiano il lifestyle a cui sono tanto affezionati. Anche per loro è business as usual. Il nuovo attacco alla capitale britannica, due settimane dopo l’aggressione stragista alla metropolitana e al bus, ha ancora aspetti misteriosi e perfino surreali. Le identiche modalità simboliche, contraddette da esiti per fortuna incruenti, parlerebbero di un fenomeno imitativo.
Altri indizi rilevati dalla polizia metropolitana nel corso di un pomeriggio e di una serata di notevole confusione fanno invece pensare a un attentato plurimo fallito, che avrebbe potuto avere serie conseguenze. Sta di fatto che la città si è parzialmente bloccata, alcuni macchinisti del tube si sono rifiutati di proseguire il lavoro, le poche immagini e le poche notizie hanno trasmesso stavolta un sentimento di panico che sfida il formidabile carattere degli inglesi. E si capisce. Le autorità ripetono che non si può fare niente per impedire questo tipo di iniziativa metropolitana armata, salvo affidarsi agli elementi moderati della comunità musulmana e cercare di sradicare il jihadismo come se fosse una sorta di gangsterismo etnico (il caso dei giamaicani, evocato da Sir Ian Blair, il superpoliziotto londinese); intanto i nuovi “profeti celesti” dell’islamismo radicale si fanno beffe della libertà inglese, la più bella e indispensabile del mondo, e continuano a predicare la guerra santa e ad annunciare nuovi attentati; mentre l’establishment accusa la politica estera e militare di Blair in Iraq, optando per una rapida ritirata dall’unico posto del mondo islamico dove la libertà e la democrazia tentano di farsi strada con il sacrificio di centinaia di iracheni, di curdi, di americani, di inglesi, di italiani. Le misure drastiche sono di dubbia efficacia, comunque sono previste per ottobre, naturalmente sono già severamente contestate in nome dei diritti umani. Non è una bella sensazione quella di essere prigionieri delle proprie libertà. In metropolitana, poi. Il problema non è che in una grande città occidentale si possa impunemente diffondere il terrore, e questa volta la paura è stata quella dell’agguato con armi chimiche. Il vero problema è che il terrore è non soltanto l’ideologia, ma la religione salvifica di una parte della popolazione residente e di un suo immenso retroterra di lingua di cultura e di civiltà, e dunque la pratica del terrore diventa un programma, una guerra, non un’ipotesi di pochi fanatici.


Fonte: http://www.ilfoglio.it


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