 Pensare che un giornalista possa svuotarsi il cervello è ingenuità o furbizia. Non ho avuto occasione di conoscere Lanfranco Vaccari. So che dirige il 'Secolo XIX', giornale di Genova di proprietà della famiglia Perrone. Persone serie, editori da molti anni e un tempo anche del 'Messaggero' di Roma. Sfoglio il 'Secolo XIX' quasi tutti i giorni, leggo i titoli e qualche articolo che può interessarmi come faccio con i principali giornali regionali. Non è un quotidiano brillante ma di buona tenuta e con un buon notiziario locale. Vi domanderete perché, in una settimana che segna la conclusione di una lunghissima e tempestosa campagna elettorale di cui conoscerete già l'esito da quattro giorni, io non trovi di meglio che dedicare l'incipitdi questa pagina al collega Lanfranco Vaccari.
La risposta è duplice: mentre scrivo non conosco ancora il risultato delle elezioni e quindi di quell'argomento non posso parlare se non formulando auspici che quando mi leggerete mi auguro si siano avverati. Il secondo motivo è il Vaccari-pensiero, consegnato ad una breve sua intervista al 'Corriere della sera' di giovedì scorso. Il giorno prima lo scenario politico era stato interamente riempito dal (fallito) tentativo di Berlusconi di occupare ancora una volta gli schermi delle reti Mediaset di sua proprietà; dapprima imbastendo un confronto improvvisato e senza regole con Prodi, poi ripiegando sugli altri leader del centrosinistra; infine, avendo ricevuto generali rifiuti, si sarebbe accontentato di un incontro con alcuni giornalisti con l'obiettivo di svolgere con essi l'ennesimo racconto dei cinque anni del suo governo descritti come i più produttivi, i più proficui e i più felici dell'intera storia nazionale. I numerosi giornalisti di varie testate invitati ad intervenire all'evento avevano però rispedito l'invito al mittente dopo essersi accertati che si trattava di una iniziativa vietata dalla legge che disciplina i tempi e i modi della comunicazione politica durante la campagna elettorale. Tutti salvo uno, Lanfranco Vaccari appunto, pronto a recarsi negli studi Mediaset. Troppo poco per rabbonire l'Autorità garante, l'opposizione e i giornalisti di Canale 5 in rivolta. Quindi tutto a monte, con i seguiti farseschi del Ferrara imbavagliato durante la trasmissione 'Otto e mezzo' della stessa serata e il cancan contro Prodi, reo di non essersi conformato alla cartolina-precetto di Mediaset. Il giorno dopo, giovedì 6 aprile, tutti i giornali e tutte le Tv raccontavano quanto era accaduto. Il 'Corriere' in più intervistava Vaccari. Il quale ha esposto in quelle pagine la sua filosofia professionale. Di questo appunto voglio qui scrivere. Ci riguarda in quanto lettori di giornali e anche (noi giornalisti) redattori o collaboratori dei medesimi. Ringrazio il collega di Genova che mi offre questa occasione. Temo che la sua sia una concezione alquanto diffusa nella nostra corporazione, perciò vale la pena di occuparsene. Vaccari ha le idee chiare sulla deontologia giornalistica. Il nostro dovere è anzitutto quello di non avere o almeno di mostrare di non avere idee proprie. Se proprio non si può fare a meno di pensare bisogna comunque nasconderlo con cura quando ci si occupa professionalmente di politica. Infatti per ottemperare a questo proposito Vaccari non va nemmeno a votare. Resta a casa con fiera convinzione come si addice a un giornalista che aspiri alla perfezione deontologica; gli stessi comportamenti insomma che taluni pretenderebbero dai magistrati. I precetti di Vaccari proseguono descrivendo l'aspetto professionalmente attivo del giornalista: il suo secondo dovere infatti è quello di domandare. Per domandare il Nostro non si fa scrupoli: andrebbe dovunque e comunque. Personalmente apprezzo molto e ho a mia volta praticato a lungo questo precetto, ma mi riesce difficile raffigurarmi le domande di un giornalista asettico che volutamente ha svuotato la sua scatola cranica da ogni convinzione politica. Si potrebbe obbiettare che per domandare non c'è necessariamente bisogno di convinzioni, basta saper valutare i fatti reali. Risposta apparentemente di buon senso ma in realtà del tutto insufficiente perché i fatti reali si apprezzano secondo un metro che è il proprio. Se non c'è il metro la realtà diventa inesplicabile. Un esempio tratto dall'attualità: l'Istat ha pubblicato dati sull'andamento delle principali grandezze finanziarie; il deficit segna il 4,2 per cento sul Pil, l'avanzo di bilancio è passato, rispetto all'anno precedente, dal 2,5 allo 0,2. Il debito pubblico è aumentato. Di fronte a questi dati Enrico Letta (Margherita) ha parlato di catastrofe, Tremonti ha manifestato piena soddisfazione e ottimismo. Ciascuno dei due ha misurato con il suo metro. Come misurerebbe una persona priva di metro? Vaccari non lo dice. Il giornalista privo di metro somiglia a quello che gli americani chiamano 'embedded' e di cui è stato fatto largo uso in Iraq. È un giornalista che guarda alla realtà soltanto attraverso lo spiraglio che i suoi ospitanti gli mettono a disposizione. Una realtà taroccata e misurata col metro di chi gentilmente ti ospita. Il collega del 'Corriere della sera' che si è dato la cura di intervistare il direttore del 'Secolo XIX' gli ha chiesto a questo punto se sarebbe andato a intervistare Berlusconi nonostante il divieto posto dall'Autorità delle comunicazioni a tutela della legge sulla 'par condicio'. Risposta: "È una questione che riguarda i rapporti tra Mediaset e l'Autorità, non riguarda me ma loro. Io pongo domande e basta". In realtà le cose non stanno in questo modo e il metro di Vaccari è in questo caso sbagliato: l'osservanza di una legge riguarda tutti; il giornalista che partecipa ad una iniziativa vietata dalla legge diventa corresponsabile di un illecito o di un reato e se ne assume i rischi e la responsabilità. Proprio per queste considerazioni i giornalisti di Canale 5 si sono rifiutati di infrangere il divieto dell'Autorità garante violando norme la cui validità è 'erga omnes'. Concludo. La professione del giornalista e la deontologia che la governa non sono così semplici come pensa il collega Vaccari: presuppongono convinzioni e criteri, sforzo di osservazione costante del contesto, senso di responsabilità e abbondanza di spirito critico. Pensare che basti svuotarsi la testa e così svuotata cimentarsi con i doveri professionali è un'ingenuità oppure un'eccessiva furbizia. Il lavaggio del cervello d'altronde crea il giornalista 'embedded' di cui non c'è assolutamente bisogno. Eugenio Scalfari Fonte: http://www.galluzzo.it
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