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Tutti senza difesa contro il terrorismo
Jean Pierre Husson e Andrea Nativi   
venerdì 15 febbraio 2008
terrorism_1.jpgPrima di discettare del futuro della guerra, bisognerebbe chiedersi se la guerra avrà un futuro. Purtroppo la disillusione dopo le speranze nutrite con la fine della guerra fredda non potrebbe essere più cocente, anzi è probabile che conflitti e crisi, magari regionali o interni, diventino più frequenti. Tuttavia, mentre i conflitti a "bassa intensità" continueranno ad essere all'ordine del giorno, ci saranno meno conflitti regionali ad alta intensità, sulla falsariga della guerra del Golfo. Questo non significa che i conflitti a bassa intensità saranno incruenti, anzi è probabilmente vero il contrario. Dello stesso parere è anche Andrea Nativi, noto esperto del settore. "L'opinione pubblica occidentale non solo non è disposta ad accettare la morte dei propri soldati in combattimento, ma estende questo rifiuto anche alla popolazione civile del nemico e vorrebbe minimizzare le perdite tra i combattenti avversari. E' il mito della guerra tecnologica, della guerra pulita, delle armi intelligenti di cui abbiamo visto i primi segni nel Golfo e poi in Bosnia e che sta influenzando lo sviluppo dei nuovi sistemi d'arma. Ma le altre guerre, quelle tribali, etnico-religiose e civili, quelle fra eserciti pre-tecnologici, continueranno ad essere combattute con ogni mezzo ed arma, con ferocia".
Cosa accadrà a chi si troverà invischiato in queste "altre" guerre, magari per cercare di fermarle?
"Quando un esercito occidentale si confronta con queste realtà rischia di trovarsi a mal partito, perché nei boschi, nella giungla, nella savana, bastano un fucile, magari vecchiotto, ed un machete, non le armi cosiddette intelligenti. Quando l'avversario non ha centri industriali, centrali elettriche, grandi infrastrutture da difendere sono i soldati regolari a trovarsi in difficoltà, con i comandanti terrorizzati all'idea di subire perdite, mentre per l'avversario il numero di combattenti e civili perduti conta poco se si ottiene il risultato voluto. Somalia docet. Sono in corso tentativi tecnologici e si stanno investendo fortune per trasformare il soldato di fanteria in una specie di cyborg. Ecco quindi tornare le corazze, magari in fibre composite, mentre nello zaino fioriscono i computer, i terminali satellitari e sugli elmetti si montano visori notturni, telemetri laser, sistemi di puntamento diurni/notturni automatici. Anche se per ora i risultati sono modesti, paesi quali Usa, Gran Bretagna e Francia si adoperano per schierare quanto prima reparti di fanteria "tecnologica", che dovrebbero ottenere, comunque, una schiacciante superiorità sull'avversario. E dato che sempre più spesso i soldati saranno impegnati in operazioni di peacekeeping, nelle quali l'uso della forza va dosato e limitato, fioriscono gli studi sulle armi non letali per consentire ai "buoni" di uscire da una situazione critica senza compiere una strage. Tuttavia, visto che la decisione su che armi usare sarà presa da piccoli gruppi di militari, magari isolati, non c'è da fare troppo affidamento su queste soluzioni, specie se l'avversario spara vecchi ma micidiali proiettili in piombo".
La "rivoluzione negli affari militari" è quindi solo una frase campata in aria?
"Quando si parla di "rivoluzione negli affari militari" ci si preoccupa di crisi o guerre contro paesi mediamente sviluppati o addirittura emergenti. L'idea di base consiste nell'ottenere una vittoria schiacciante nel minor tempo possibile, con l'impiego di forze limitate grazie alla superiorità tecnologica (tra cui veri e propri "comandi computerizzati"), impedendo all'avversario di capire chi ha di fronte, dove e che cosa sta facendo. I "buoni" diventano quindi praticamente onniscienti, mentre il nemico rimane immerso in quella che un tempo veniva definito fog of war".
Si parla spesso di "guerra multiforme": quale sarà il campo di battaglia del futuro? "Il futuro campo di battaglia sarà esteso dalle profondità degli oceani fino allo spazio: lo sfruttamento dello spazio è da anni una realtà. Per ora si impiegano satelliti per vedere e sentire quello che fa l'avversario, scoprire gli obiettivi, verificare gli effetti degli attacchi, spostarsi e navigare con precisione, trasmettere informazioni a grande distanza, con rapidità e sicurezza, ma presto arriveranno vere e proprie armi, compresi quei cannoni laser o a energia diretta che erano il sogno del reaganiano programma di Guerre Stellari. Si stanno sperimentando i primi modelli di quelli che potranno essere gli spazioplani e già oggi ci sono vari modi per impiegare militarmente lo Shuttle o la Mir". L'alta tecnologia è oramai parte integrante degli arsenali militari. Cosa ne sarà in futuro?
"La robotica e l'intelligenza artificiale con le stellette stanno compiendo passi da giganti. I missili intelligenti sono già dei piccoli robot che eseguono un programma predefinito, ma queste armi acquisteranno la capacità autonoma di volare seguendo la rotta più opportuna, scegliere i bersagli ed attaccarli. Gli stessi aerei pilotati saranno prima affiancati e quindi parzialmente sostituiti da velivoli senza pilota".
A parte l'aeronautica, anche le altre forze armate sono coinvolte in questa corsa tecnologica?
"La robotica, l'automazione e l'intelligenza artificiale si diffondono naturalmente tra tutte le forze armate: nelle forze navali ci sono già mini sottomarini e veicoli subacquei senza equipaggio. Sulle navi militari i computer ed i sistemi che sostituiscono l'uomo sono soldati ideali: non si stancano, non hanno bisogno di grandi spazi, di aria pulita, di cibo, soffrono poco il caldo ed il freddo, se danneggiati non devono essere evacuati e curati, ma solo riparati. Nonostante questi pregi siano indiscussi, le cose vanno più al rilento negli eserciti. Del resto costerebbe troppo, al di là dei problemi tecnici, costruire carri armati o addirittura soldati robotici. Ma la corsa tecnologica permetterà di fare sempre di più con un numero minore di uomini, ci sarà dunque sempre meno bisogno di soldati, anche se i nuovi sistemi d'arma saranno più semplici da usare, specie per chi è nato con videogiochi e computer nella culla. Certo i nuovi sistemi d'arma non saranno a buon mercato. Già adesso volano aerei che costano quasi 1.000 miliardi, mentre per una nave da guerra di nuova generazione occorreranno oltre 1.300 miliardi".
Alcuni paesi emergenti investono miliardi per acquistare tecnologie militari. Esistono realmente rischi di proliferazione, soprattutto nel campo delle armi di distruzione di massa?
"Le potenze emergenti ed i paesi in via di sviluppo fanno di necessità virtù ed escogitano nuovi sistemi per non essere militarmente impotenti nei confronti di avversari o rivali: ecco quindi la proliferazione delle armi per la distruzione di massa, chimiche, biologiche e nucleari. Queste armi e gli impianti di produzione sono nascosti, dissimulati sotto metri e metri di roccia e cemento, praticamente invulnerabili. Ecco perché la controproliferazione sta diventando uno slogan in voga e la stessa Nato potrebbe farne uno dei compiti prioritari. Chi è escluso dai club dei paesi ricchi e potenti può controbilanciare lo squilibrio militare ricorrendo ad armi micidiali che magari l'occidente ha ripudiato o non è politicamente in grado di utilizzare. Si parla quindi di guerra asimmetrica: per colpire gli avversari si può ricorrere a sistemi non convenzionali, il terrorismo ad esempio, ma anche e soprattutto i missili. E contro il terrorismo ed i missili, accoppiati alle armi per la distruzione di massa, i paesi occidentali e neanche gli Usa hanno difese realmente efficaci".
 


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