 Mentre l'Iraq vacilla sull'orlo della guerra civile - o al di sopra di
esso, la pressione non si allenta sulle forze di terra Usa
sovraccaricate. Nell'ultimo mese, il ritmo medio al quale i soldati Usa
sono stati uccisi in Iraq è diminuito in modo significativo, ma i ritmi
secondo i quali essi stanno venendo feriti sono aumentati in modo
impressionante. Gli articoli dei media dominanti Usa si sono
concentrati solo sul numero di coloro che vengono uccisi. Ma negli
ultimi otto mesi, abbiamo ripetutamente sottolineato in questa rubrica
che i numeri assai maggiori dei soldati Usa feriti, specialmente quelli
feriti in modo troppo grave per tornare in servizio attivo,
rappresentano una cifra assai più ampia e più significativa dal punto
di vista statistico della scala dell'attività dei ribelli e del grado
in cui essa sta avendo successo o fallendo nell'infliggere perdite
significative alle forze Usa. Il numero totale dei soldati Usa uccisi
in Iraq fino a martedì 21 marzo, dall'inizio delle operazioni Usa per
rovesciare Saddam Hussein il 19 marzo 2003, era di 2.319, secondo le
cifre ufficiali diffuse dal Dipartimento alla Difesa, un aumento di 49
negli ultimi 39 giorni, o una media di poco superiore agli 1,3 uccisi
al giorno.
La buona notizia è che questo è un miglioramento di oltre il 60 % rispetto al ritmo dei 3,1 al giorno uccisi agli inizi di febbraio. Ed è un miglioramento del 350 % rispetto ai 33 soldati Usa uccisi in soli sette giorni dall'11 gennaio al 17 gennaio, una media di 4,7 soldati uccisi al giorno.
La cattiva notizia, tuttavia, è che nei 39 giorni dall'11 febbraio al 21 marzo, sono stati feriti in Iraq 616 soldati Usa, una media di 15,8 al giorno. Questo è un peggioramento di più del doppio rispetto al periodo dal 4 al 10 febbraio, quando rimasero feriti 47 soldati Usa, a un ritmo medio di poco inferiore ai sette al giorno. Ed è anche un peggioramento di oltre il 36 % rispetto al ritmo del periodo di cinque giorni che va dal 30 gennaio al 3 febbraio, quando rimasero feriti 58 soldati Usa, secondo le cifre del Dipartimento alla Difesa, a un ritmo medio di 11,6 al giorno.
Queste cifre sono significative anche in quanto rappresentano una tendenza su quasi 40 giorni - un periodo assai più lungo di quelli nei quali di solito esaminiamo i ritmi delle perdite e i loro trend statistici nel conflitto.
Il numero dei soldati Usa feriti in azione dall'inizio delle ostilità, il 19 marzo 2003, fino al 21 marzo, è stato di 17.269, secondo le cifre del Dipartimento alla Difesa.
Circa 7.981 di questi soldati sono rimasti feriti così gravemente che sono stati elencati come "WIA Not RTD" nelle cifre del Dipartimento alla Difesa. In altre parole: feriti in azione non tornati in servizio, un aumento di 275 perdite di questo tipo in 39 giorni, a un ritmo medio solo di poco superiore ai sette feriti al giorno.
Questo è un peggioramento di oltre il doppio rispetto alla media di 3,3 al giorno del periodo dal 4 al 10 febbraio, e è stato peggiore quasi del 50 % rispetto al periodo che va dal 30 gennaio al 3 febbraio, quando 24 soldati Usa sono stati feriti in modo così grave da non tornare in servizio a un ritmo medio di 4,8 al giorno.
Queste cifre dovrebbero anche essere viste nel contesto di un'altra tendenza nel conflitto iracheno. Dalla distruzione della cupola della Moschea d'Oro a Samarra il mese scorso, per la prima volta gli sciiti iracheni hanno iniziato a reagire in un modo popolare, violento, su vasta scala, contro la comunità sunnita.
Ci si sarebbe potuto aspettare che questo avrebbe distolto i ribelli sunniti dal concentrarsi sul colpire le truppe Usa, e, in effetti, solo pochi giorni fa Usa Today ha riferito di una tendenza che andavamo monitorando e documentando in questa rubrica da quasi quattro mesi - il numero degli attacchi e delle perdite inflitti alle forze Usa è andato in qualche modo diminuendo, mentre i ribelli si sono rivolti con ferocia crescente prima contro le nuove forze di sicurezza irachene, e, da gennaio, contro obiettivi civili iracheni.
Tuttavia, come abbiamo osservato sopra, la capacità dei ribelli di continuare a sferrare gli attacchi contro le forze Usa e di aumentare il numero di quelli che essi feriscono non è diminuita, è aumentata: quindi la rivolta sta chiaramente crescendo quanto a capacità, dato che è stata in grado di infliggere una punizione assai peggiore contro la comunità sciita irachena, pur mantenendo o persino aumentando contemporaneamente il ritmo delle perdite inflitte alle truppe Usa.
L'ottimismo del presidente George W. Bush, e la sua determinazione a mantenere la rotta nella sua conferenza stampa di martedì devono quindi essere temperati dalla realtà che fa pensare, riflessa nelle statistiche diffuse dal suo stesso Dipartimento della Difesa: non esiste la minima indicazione che l'attuale strategia e tattica Usa in Iraq stiano diminuendo la popolarità e la capacità della rivolta. Essa continua a crescere quanto a capacità tattiche, sia contro le forze Usa che contro i civili iracheni.
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