 Guerriero
da tavolo e manager aziendale, Donald Rusmfeld aveva un grandioso sogno
bellicista, e l’ha regalato all’America: fare del più potente apparato
militare la più mobile, la più futurista, la più high-tech della forze
combattenti della storia. La sua «revolution in military affaire»
prevedeva, fra l’altro, la capacità di «combattere simultaneamente due
guerre regionali». La realtà è sotto gli occhi di tutti: due
micro-guerre in Iraq e Afganistan, e la sola superpotenza rimasta le
sta perdendo. Col fiato grosso. Il peggio è che negli ambienti
americani che decidono (i neocon) il sogno dura ancora. Due noti
esposnenti dell’israelo-americanismo, Bill Kristol e Rich Lowry, hanno
recentemente invitato Rumsfeld, dalle pagine del Washington Post, a
«mandare più uomini in Iraq». (1) Ma quali uomini!, hanno risposto i
gallonati: non ne abbiamo più. Secondo una valutazione interna della
fanteria (ma spifferata ai media), «due terzi delle forze operative
dell’esercito, attive o in riserva, sono ‘unready’, non pronte».
Mancano o dell’equipaggiamento, o dell’addestramento o delle reclute
necessarie ad adempiere alla missione. Non una sola delle «Brigade
Combat Teams», il nucleo essenziale della forza combattente teorica
oggi presente in USA è operativo.
Ciò significa che la fanteria non ha più riserve strategiche. L’altra
forza umana, i Marines, ha urgente bisogno di riparazione o rimpiazzo
per i suoi mezzi, veicoli, armamento e uomini, usurati dalle condizioni
estreme del terreno in cui combatte, ormai da cinque anni, due
guerricciole asiatiche.
Come fanno sapere gli alti ufficiali,
«avevano detto in anticipo» che coi 140 mila uomini dispiegati in Iraq,
la fanteria e il corpo dei Marines avevano riserve sufficienti per
proseguire la guerra per un paio di avvicendamenti, ma che per una
guerra più lunga sarebbero stati necessari «supplementi».
Ridicolmente e tragicamente, gli avvicendamenti riguardano in 5 anni gli stessi uomini, spesso al loro terzo turno in Iraq.
E
come impara a scuola di guerra qualunque colonnello (ma non Rumsfeld),
«dopo 90 giorni sulla linea del fuoco l’efficienza del singolo soldato
cala, fino a diventare inutilizzabile. Dopo 200-240 giorni di linea,
l’apporto di un fante alla sua unità è nullo» (Donald S. Detwiler,
«World War II German Military Studies», New York, Garland Publishing,
Inc., 1979, p. D-l45-l5).
Il più potente esercito del pianeta è
costretto a cannibalizzare i mezzi, per esempio, della Guardia
Nazionale, per far funzionare i mezzi in Iraq.
Il Pentagono valuta a
30 miliardi di dollari il costo per riparare o sostituire il materiale
distrutto o usurato, a cui andranno aggiunti 14 miliardi per ogni anno
di guerra in più.
E un esercito che si è voluto fatto esclusivamente
di volontari (più «efficienti» e «moderni» dei cittadini in armi) non
trova volontari vogliosi di ficcarsi nelle guerre mandate in
putrefazione dalla «revolution» americanista e virtualista negli affari
militari.
Una serie di costosissime campagne di marketing stanno
cercando di invogliare al reclutamento gli sfavoriti della libera ricca
America, specie «ispanici, bocciati a scuola e pregiudicati»: il costo,
16 mila dollari a soldato.
Ma i reclutatori non raggiungono le quote assegnate, e ricorrono a mezzi estremi, spesso da codice penale. (2)
Una
madre del New Jersey ha scritto al giornale locale per denunciare
l’insistenza intrusiva con cui i reclutatori hanno braccato sua figlia
di 17 anni; e che, quando ha detto agli uomini dello zio Sam di
smettere di importunare la sua bambina, si è sentita rispondere «che
non aveva alcun diritto su di essa».
«Ciò mi ha spaventato», scrive la povera donna.
L’età
massima di reclutamento è stata aumentata: nel 2004 era di 35 anni, nel
2005 è salita a 40, ora si può diventare reclute a 42 anni.
Il corpo
dei Marines ricorre all’accorgimento, usato di rado nella storia, di
richiamare chi ha lasciato i ranghi (IRR, Individual Ready Reserve): da
marzo 2003, 14 mila di questi reduci sono stati richiamati, e 7300
mandati in Iraq.
Il sottosegretario alla Difesa per il personale,
David Chu, ha ottenuto una serie di misure di favore per cercare di
attrarre sulla linea del fuoco degli stranieri: i non-cittadini possono
chiedere la cittadinanza «dopo un solo giorno di servizio militare
attivo», e tutte le spese per la pratica sono a carico dello Stato.
Già 40 mila stranieri sono soldati americani, ma non basta.
Chu
sta cercando di sfruttare «i 50-60 mila immigrati clandestini giovani»,
che sarebbero posti davanti all’alternativa: o l’espulsione, o il
reclutamento volontario, con la promessa alla fine di un permesso di
residenza permanente.
Si cercano anche stranieri all’estero.
Per
coloro disposti a farsi ammazzare, se hanno «conoscenze linguistiche
medio-orientali», c’è un premio di arruolamento di 10 mila dollari: non
male visto che in Afghanistan il reddito medio è di 800 dollari l’anno,
e in Iraq di 2 mila.
Per gli americani poveri che accettano di
mettersi a rischio, i premi di arruolamento promessi possono giungere a
40 mila dollari: ciò dovrebbe ingolosire i negri (16.874 dollari di
reddito annuo), gli ispanici (14.483) e persino i bianchi poveri
(28.946). Per i firmaioli, che accettano cioè un secondo turno, c’è un
bonus di 14 mila dollari, pari alla paga annua di un Marine.
E pensare che Rumsfeld voleva fare la guerra «a risparmio», on the cheap.
Nell’insieme,
un ex-Marine che possieda una delle cinque competenze più scarse
nell’armata, i bonus possono toccare i 71 mila dollari: una cifra che
in USA può cambiarti la vita, se ce ne avrai ancora una alla fine.
Per
intanto a guadagnare sono alcune ditte private che si sono aggiudicate
il business degli arruolamenti nelle scuole e nei bar giovanili.
Fra
esse c’è una notoria azienda di mercenari, la MPRI (Military
professional resources, Inc.): che guadagna 5.700 dollari per ogni
recluta che riesce a far firmare.
Ma chi firma, alla fine?
Il New
York Times ha riportato il caso di un soldatino che era stato fatto
firmare benchè «reduce da tre settimane di ricovero in ospedale
psichiatrico», con «disordine bipolare» (un disturbo che dovrebbe far
riformare).
Lo scorso maggio, il giornale The Oregonian ha parlato
di un adolescente autistico arruolato come «cavalry scout», una delle
funzioni più pericolose dell’esercito.
Il giovane, inabile mentale, aveva frequentato scuole speciali e aveva un lavoro sociale part-time come pulitore di toilettes.
Il
Baltimore Sun ha riportato un aumentato arruolamento di pregiudicati
per delitti gravi, «rapina, violenza privata, furto d’auto,
ricettazione, minacce» (+54 % dal 2004 al 2005) e «gente con problemi
di alcol e droga» (+13 %).
Atti che in precedenza vietavano l’arruolamento.
Oggi,
al contrario, gli arruolatori sono invitati a non tener conto, e in
qualche caso a nascondere sui documenti, i precedenti penali degli
aspiranti guerrieri.
Steven Green, il soldato della prestigiosa 101
Airborne Division, oggi in galera per aver commesso a Mahmudiya in Iraq
un quadruplice omicidio e una violenza carnale su una quattordicenne,
aveva un simile passato delinquenziale, ed era già stato dimesso
dall’esercito per «disordine antisociale della personalità».
Steven
Price, un diciassettenne che era in galera ad Ogden nello Utah, è stato
arruolato su sua richiesta (sperava con ciò di uscire) senza il
consenso dei genitori, obbligatorio per un minorenne.
Molti «volontari» volonterosi vengono dalle più violente e pericolose bande giovanili di teppisti.
La polizia di Milwakee si è allarmata del fatto che «membri di gang ricevano addestramento ed armamento militare».
Lo
stesso FBI ha segnalato che a Fort Bliss, dove sono radunate 10-20 mila
nuove reclute, possa scoppiare una «guerra di bande tra la gang
autonominata Folk Nation e un’altra già solidamente insediata, Barrio
Azteca».
Skinheads, neo-nazisti e suprematisti bianchi approfittano della fame di uomini dell’armata.
«La
rivista neonazista Resistance incita all’arruolamento», segnalava il
New York Times, «invitando i suoi membri a farsi inserire nei reparti
di fanteria leggera».
Con la seguente testuale motivazione:
«L’imminente guerra razziale e pulizia etnica [in USA] somiglierà molto
a un combattimento di fanteria casa per casa, finchè la vostra città
sarà ripulita e le razze aliene saranno espulse nelle campagne, dove
daremo loro la caccia».
In Iraq, sui muri delle caserme, si moltiplicano i graffiti della «Arian Nation».
E
i teppisti comunicano tra loro via internet, in almeno cinque Stati
americani, scambiandosi indicazioni sulle armi, sull’addestramento,
sull’organizzazione di una associazione clandestina all’interno
dell’istituzione militare.
I teppisti militarizzati - con cui non si
sono mai vinte le guerre - preparano invece una acuto problema sociale
per la vita civile americana.
Il tutto è aggravato dalla disperata penuria di ufficiali intermedi, quelli a diretto contatto con la truppa in linea.
Secondo
i dati dello stesso Pentagono nel 2005, il 97 % dei capitani sono stati
promossi al grado di maggiore, un aumento impressionante anche rispetto
a quello già alto dell’anno precedente (70-80%).
«Il problema è che
si raschia il fondo del barile in fatto di qualità militare», ha
confidato un anonimo generale al Los Angeles Times: «In pratica,
promuovono maggiore chiunque, a meno che non sia sotto processo alla
corte marziale».
Così, la sognata «maggiore efficienza» perseguita
da Rumsfeld, la «revolution in military affaire», sta tramutandosi nel
degrado tragico dell’apparato militare che fece dell’armata USA, alla
fine della guerra del Vietnam, una «hollow Army», un esercito vuoto,
incapace di affrontare un nemico qualunque.
Non ci sono riserve, né preparazione, per affrontare una crisi imprevista, per esempio nella Corea del Nord.
Verso
la fine del Vietnam i soldati disegnavano sul loro elmetto una sigla,
UUUU, che stava per «Unwilling, led by unqualified, doing the
unnecessary for the ungrateful» (non-volenti, guidati da incompetenti,
che fanno la cosa non-necessaria per ordine di ingrati): un segnale
inequivocabile di un esercito col morale a terra.
Ora, dice Nick
Turse, il giornalista militare di Tom Dispatch, non ci resta che
aspettare di veder apparire la sigla «UUUUU», ossia «unable, unhealhty,
unaccettapble, unintelligent, uncivil», «inabile, non-sano,
inaccettabile, subnormale e incivile».
Se si arriverà a questo
punto, l’America avrà da ringraziare non solo Rumsfeld, ma il potere
che lo ha messo a quel posto: il complesso militare-industriale, che
tratta la guerra come un fatto aziendale basato sul profitto.
E’ qui la falla fatale del bellicismo americano.
Il
business sta inducendo il Pentagono, con la scusa di mantenere la
«superiorità aerea assoluta» ad acquistare i nuovissimi F-22: ma la
superiorità aerea USA è già assoluta e non contrastata.
Il vero motivo è che ogni F-22 costerà sui 350 milioni di dollari, contro i 35-50 milioni di ogni altro caccia esistente.
Dieci volte di più.
Il fante, per contro, non può essere caricato di gadget elettronici costosi oltre un certo limite.
La fanteria è la regina delle battaglie, ma non conviene al business.
Per questo è trascurata in equipaggiamento e in addestramento e qualità.
Fino
a quando diventa necessaria nella guerra vera, e ci si accorge che è e
rimane la regina, e che la guerra, alla fine, non può essere tanto
«moderna» da essere vinta solo dal cielo, come un videogioco, senza
scarponi sul suolo, e senza sangue versato.
E’ l’intero «nuovo
pensiero militare» americano (se lo si può chiamare così) che mostra
qui il suo fallimento: la pretesa filosofica di fare la guerra con i
criteri della borghesia - trattandola come elemento del «mercato» e con
l’efficientismo aziendalista.
E’ un capolinea storico, che segnala
l’ineluttabile declino del sistema americano che ha dominato per un
secolo, dal 1914 ad oggi.
E’ un’annotazione intesa a beneficio di un
lettore, il quale mi rimprovera di «applaudire» al declino americano,
ed obietta: si sentirebbe meglio in un mondo comandato dalla Cina o
dall’Islam?
La risposta, credo, è nei dati forniti qui sopra.
Non
si tratta di «volere» un declino (che non è nelle possibilità di chi
scrive): è che il declino è già in atto, e lo dimostra l’insipienza
radicale con cui l’America terminale conduce le sue guerre finali, il
suo militarismo vuoto, le ambizioni senza darsi i mezzi adeguati.
E’
come l’URSS, caduta per aver applicato la propria ideologia falsa;
anche l’ideologia USA, applicata con coerenza paranoica, fa perdere
all’America il comando sul mondo.
Si profila uno dei momenti storici
più tragici, il crollo di un sistema imperiale globale, paragonabile
alla crisi dell’impero romano, a cui seguirono secoli di arretramento e
barbarie, denutrizione e rovina.
E noi ci siamo dentro.
Anche in Cina il problema è all’ordine del giorno.
Su
un quotidiano cinese in lingua inglese, «Global Times», un politologo
internazionale di nome Wang Yiwei ha pubblicato un profondo articolo,
il cui titolo dice tutto: «Preventing the US from declining too
rapidly», «impedire un troppo rapido declino degli Stati Uniti». (3)
«La
Cina ha beneficiato dell’egemonia americana», dichiara l’autore: «gli
USA sono il maggior fornitore di investimenti, di marketing, di idee
sulla gestione aziendale, sul diritto e sugli standard di
fabbricazione», da cui i cinesi hanno imparato molto; nonché gli
stampatori dei dollari sulle cui enormi riserve si basa la nuova
ricchezza cinese.
La caduta troppo rapida dell’impero americano
dunque provocherebbe disordine e arretramento di dimensioni planetarie,
di cui la Cina stessa farebbe le spese.
Per quanto i cinesi non
piacciano, questa riflessione già indica un modo di pensare da «comando
del mondo»: un’assunzione di responsabilità e di realismo, una prudenza
da leader responsabili.
Umile, disposta ad imparare; e ben conscia delle durezze e dei sacrifici che vengono col «comando».
Precisamente ciò che manca all’America arrogante di Rumsfeld, Cheney e Bush.
Come occidentali, ce ne addoloriamo.
Ma il fenomeno ci pare ineluttabile.
Tanto
più che in Europa, di questo pensiero in via di sviluppo a Pechino, non
vediamo nemmeno una briciola: ci culliamo nell’illusione che
l’invincibilità americana, di cui ci sogniamo eterni satelliti
irresponsabili, continuerà a proteggere il nostro edonismo di bassa
lega.
E’ questo che decreterà la nostra fine: una fine meritata.
Il lettore può obiettare: meritata perché?
Allora, se è disposto a morire per difendere «L’isola dei famosi» (o le nozze gay, o la libera droga), si faccia avanti.
Si arruoli, in USA cercano guerrieri.
http://www.effedieffe.com
Note
1) Daniel Benjamin e Michel Flournoy, «Won’t deploy? Can’t deploy», Slate.com. 14 settembre 2006.
2)
Nick Turse, «Coaxing the unwilling», Asia Times, 16 settembre 2006. I
dati che pubblichiamo vengono in gran parte da questo approfondito
articolo.
3) Howard French, «A voice of dissonance on American
decline», Herald Tribune, 15 settembre 2005. Singolare e significativo
che l’articolo di Wang Yiwei abbia suscitato un mare di critiche tra i
politologi ufficiali di Pechino, vicini al regime. Il motivo ricorrente
delle critiche è: la Cina deve prima risolvere i suoi problemi interni,
non ha tempo di occuparsi del mondo ed assumere responsabilità globali.
C’è una riluttanza ad assumere un’egemonia prematura
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