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Il 1989 e l’Europa che non c’è
Lucio Caracciolo   
lunedì 09 novembre 2009
berlinwall3.jpgLa storia divide l’Europa in due. A est di Berlino è presente. A ovest,  in massima, passato. Il cronogramma del continente ne svela l’inconsistenza geopolitica: uno spazio segmentato dal tempo non è soggetto, ma oggetto dei conflitti di potere. Lo resterà finché non elaborerà un unico fuso storico, che includa tempi e spazi comunque diversi in una superiore, armonica identità. L’Europa sarà contemporanea o non sarà. Vent’anni dopo la caduta del Muro, la modalità orientale, che fonda sovranità recuperate e ambizioni future su assai fungibili “diritti storici”, resiste alla versione occidentale, per cui l’Europa è, o dovrebbe essere, la fine della storia. La rivoluzione dell’Ottantanove non ha composto questa frattura. Semmai, ha insinuato anche fra noi euroccidentali la tentazione di attingere al remoto per riaprire dispute territoriali già passate in giudicato.
Troppo repentino e imprevisto fu per gli europei il sisma del 9 novembre 1989. Radicate mentalità e riflessi condizionati impediscono tuttora di sincronizzare le nostre teste alle conseguenze di quel trauma. L’epicentro della cortina di ferro fu abbattuto d’un colpo. Talmente secco da provocare una curiosa sindrome, nota in medicina come “arto fantasma”: la sensazione che l’arto ci sia ancora, dopo l’amputazione. La Grande Barriera è caduta, ma il suo fantasma continua ad aggirarsi per il continente. Occidentali e orientali restano profondamente tali – dunque si percepiscono diversi – incuranti di quella chirurgia. Una cesura immateriale eppure sensibile continua a separarci.

Che cosa resta dell’Occidente, che cosa delle vaghe ambizioni europee? Non molto. Nel vuoto di potenza continentale, la Nato è avanzata di qualche centinaio di chilometri verso est, solo per scoprire quanto labili siano i vincoli fra gli associati, senza il Nemico. Quanto a noi europei, stentiamo a condividere interessi strategici e intuiamo che le nostre scale di valori non coincidono perfettamente. Eppure ambiamo al rango di coprotagonisti nel mondo senza centro, dove le periferie dei nostri ex imperi si costituiscono in poli regionali.

L’Europa si è allargata, certo. Ma non per unirsi. Per spartire civilmente le scarse risorse messe a fatica in comune. E per fungere da capro espiatorio, quando serve a coprire problemi e nefandezze dei leader nazionali, che restano i decisori di prima e ultima istanza in ambito comunitario.

L’Ottantanove ha decretato che gli europei sono più affezionati alle proprie identità che disposti a combinarle per la maggior gloria dell’Ue. Non vogliono fondersi in un soggetto unitario, nemmeno nella variante confederale. E’ da Berlino che dovrebbe teoricamente scoccare la scintilla dell’integrazione politica. Epperò la Germania non vuole e non può guidare l’Europa. Figuriamoci federarla, stentando a federar se stessa.

L’Europa si fa da Berlino o non si fa. Dunque non si fa.

Comunicazione di servizio per gli avventisti dell’Europa politica: l’attesa di un Piemonte continentale si annuncia eterna. Auguri ai paneuropeisti dell’ultimo giorno.


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