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GEOCONFLITTI
Il 1989 e l’Europa che non c’è
Lucio Caracciolo   
lunedì 09 novembre 2009
berlinwall3.jpgLa storia divide l’Europa in due. A est di Berlino è presente. A ovest,  in massima, passato. Il cronogramma del continente ne svela l’inconsistenza geopolitica: uno spazio segmentato dal tempo non è soggetto, ma oggetto dei conflitti di potere. Lo resterà finché non elaborerà un unico fuso storico, che includa tempi e spazi comunque diversi in una superiore, armonica identità. L’Europa sarà contemporanea o non sarà. Vent’anni dopo la caduta del Muro, la modalità orientale, che fonda sovranità recuperate e ambizioni future su assai fungibili “diritti storici”, resiste alla versione occidentale, per cui l’Europa è, o dovrebbe essere, la fine della storia. La rivoluzione dell’Ottantanove non ha composto questa frattura. Semmai, ha insinuato anche fra noi euroccidentali la tentazione di attingere al remoto per riaprire dispute territoriali già passate in giudicato.


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Angela: la mia vita a Est
Danilo Taino   
lunedì 09 novembre 2009
berlinwall2.jpgAngela Merkel: lo straordinario della normalità. Come la Germania vent' anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Ieri, la cancelliera tedesca ha raccontato a una dozzina di quotidiani esteri - compreso il Corriere della Sera - come ripensa oggi a quel 9 novembre 1989. Un' intervista affascinante soprattutto perché dà l' idea di come ragionasse e di come ragioni la «ragazza dell' Est» diventata oggi la donna più potente del mondo. Nella dittatura, viveva una vita media, niente di eroico, lo standard un po' agghiacciante di uno Stato comunista. «Non ero una sostenitrice del regime - racconta - ma nemmeno ero una dissidente mobilitata per i diritti civili, non ho lavorato attivamente contro lo Stato. Sin da bambina, però, ho sempre tenuto una distanza critica: d' altra parte, già il solo essere figlia di un pastore evangelico mi metteva in una posizione di critica. Avevo sempre la mia opinione». La sera storica in cui il Muro si aprì, la signora Merkel - 35 anni, scienziata senza fremiti politici - arrivò a casa dall'Accademia delle Scienze, accese la televisione e capì che qualcosa di serio stava succedendo, che il Muro vacillava ma non si capiva bene quale fosse la situazione.


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Le coscienze che il Muro non seppe umiliare
Gianni Riotta   
lunedì 09 novembre 2009
berlinwall5.jpgIl 9 di novembre del 1989, un pomeriggio qualunque di Manhattan, reduce da un'operazione e stonato di anestetico, cercavo di distrarre mio figlio di poche settimane con la tv. Quando improvvisamente vidi passare sullo schermo i ragazzi e le ragazze beati oltre il Muro di Berlino, pensai che il chirurgo avesse esagerato col sedativo: finiva la Guerra Fredda in diretta, possibile? Nel celebrare la distruzione del Muro, con commozione stupita per il ritorno alla libertà dei sudditi sovietici in Europa e in Russia, dimentichiamo sempre perché fu costruito, e quanto violenta e sanguinosa sia stata la Guerra Fredda, detta dallo storico Gaddis «the long peace», la pace lunga. Come racconta Frederick Taylor nel suo nuovo saggio «The Berlin Wall», il Muro divise come una piaga l'Europa per fermare l'esodo dei profughi da Est a Ovest, dal comunismo alla democrazia. Né il russo Khrušcev, né il tedesco Ulbricht, potevano lasciare questa arma alla propaganda nemica, un referendum quotidiano a provare come, con tutti i suoi difetti, il sistema occidentale fosse migliore del regime sovietico.


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Angela Merkel e l'infanzia nella DDR
Alessandro Alviani   
lunedì 09 novembre 2009
berlinwall4.jpgSesto piano della cancelleria federale a Berlino. Angela Merkel, in tailleur grigio scuro, accoglie sorridendo un ristretto gruppo di giornalisti stranieri al tavolo ovale in cui di solito si riunisce il Consiglio dei ministri tedesco. Sul suo volto il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti e le frenetiche discussioni sul futuro di Opel hanno lasciato i loro segni. Dietro di lei una finestra panoramica apre un suggestivo squarcio sul Tiergarten e su Potsdamer Platz, la piazza che fino al 1989 era terra di nessuno e che oggi è diventata il simbolo del nuovo volto della capitale tedesca.


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La fede cristiana ha contribuito ad unire l'Europa
Federico Lombardi   
lunedì 09 novembre 2009

berlinwall1.jpgSenza voler semplificare un processo storico estremamente complesso, ci e' spontaneo ricordare il ruolo dell'elezione e della persona di Giovanni Paolo II, dei suoi viaggi in una Polonia rimasta in larghissima parte fedelmente cattolica e delle loro conseguenze sulle aspirazioni e le domande di liberta' del suo popolo e di quelli vicini. Quando l'anziano Pontefice passava infine sotto la Porta di Brandeburgo non solo la Germania era riunificata, ma l'Europa respirava con i suoi due polmoni, dell'Ovest e dell'Est, e la fede cristiana aveva dimostrato di aver contribuito ancora una volta all'unione e alla civilta' del continente, superando la prova crudele dell'ateismo di Stato. 


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Il Super Soldato
Filippo Passeri   
venerdì 15 febbraio 2008
rambo.jpgDa piccolo mio padre mi ha fatto vedere moltissimi film. In tutti ne esiste uno che ha fatto epoca introducendo un concetto prima sconosciuto. Quel film è RAMBO! Da allora il termine RAMBO, cognome del protagonista John, è diventato sinonimo con cui si possono indicare i fanatici militari o i soldati professionisti. Un concetto travalicante talmente tanto il film da cui è nato che i sequel non avevano nemmeno il barlume del dramma esistenziale e umano presente nel primo. Non si legge più in quei film l’agonia del reduce incapace di riadattarsi alla vita civile, un uomo abbandonato dal paese servito con onore che improvvisamene s’inventa dei nemici perché ormai riesce solo a combattere. No… non si vede più quel disgraziato, al suo posto c’è un tizio dai capelli lunghi con la fascia rossa che spara con una M60 e trucida comunisti mostrando floridi muscoli da palestra. Cosa cavolo c’entra tutto questo con l’argomento dell’articolo? Beh nulla o tutto. Già perché a pensarci bene quel film ha fatto conoscere al grande pubblico una serie di imitatori come Steven Segal, Chuck Norris o Arnold Schwarzeneggernel mitico “COMMANDO” che sul principio del super soldato hanno fatto dei bei soldi grazie a persone entusiaste di pagare un biglietto per vedere un super uomo vincere un’intera guerra da solo.


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Tutti senza difesa contro il terrorismo
Jean Pierre Husson e Andrea Nativi   
venerdì 15 febbraio 2008
terrorism_1.jpgPrima di discettare del futuro della guerra, bisognerebbe chiedersi se la guerra avrà un futuro. Purtroppo la disillusione dopo le speranze nutrite con la fine della guerra fredda non potrebbe essere più cocente, anzi è probabile che conflitti e crisi, magari regionali o interni, diventino più frequenti. Tuttavia, mentre i conflitti a "bassa intensità" continueranno ad essere all'ordine del giorno, ci saranno meno conflitti regionali ad alta intensità, sulla falsariga della guerra del Golfo. Questo non significa che i conflitti a bassa intensità saranno incruenti, anzi è probabilmente vero il contrario. Dello stesso parere è anche Andrea Nativi, noto esperto del settore. "L'opinione pubblica occidentale non solo non è disposta ad accettare la morte dei propri soldati in combattimento, ma estende questo rifiuto anche alla popolazione civile del nemico e vorrebbe minimizzare le perdite tra i combattenti avversari. E' il mito della guerra tecnologica, della guerra pulita, delle armi intelligenti di cui abbiamo visto i primi segni nel Golfo e poi in Bosnia e che sta influenzando lo sviluppo dei nuovi sistemi d'arma. Ma le altre guerre, quelle tribali, etnico-religiose e civili, quelle fra eserciti pre-tecnologici, continueranno ad essere combattute con ogni mezzo ed arma, con ferocia".


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US Iraq casualties stay high
Martin Sieff   
venerdì 15 febbraio 2008
annapolis_9.jpgAs Iraq teeters on - or over - the brink of civil war the pressure is not easing on the hard-pressed U.S. ground forces there. Over the past month, the average rate at which U.S. troops have been killed in Iraq has significantly fallen, the but the rates at which they are being wounded have dramatically increased. U.S. mainstream media reports have focused only on the numbers being killed. But over the past eight months, we have repeatedly emphasized in this column that the far larger numbers of U.S. troops wounded, especially those wounded too seriously to return to active duty, represent a far broader and more statistically significant figure of the scale of insurgent activity and the degree to which it is succeeding or failing to inflict significant casualties on U.S. forces. The total number of U.S. troops killed in Iraq through Tuesday, March 21 since the start of U.S. operations to topple Saddam Hussein on March 19, 2003, was 2,319, according to official figures issued by the Department of Defense, a rise of 49 in the past 39 days or an average of just over 1.3 killed per day.The good news is that this is a more than 60 percent improvement on the rate of 3.1 killed per day in early February. And it is a 350 percent improvement on the 33 U.S. soldiers killed in only seven days from Jan. 11 through Jan. 17, an average of 4.7 soldiers killed per day.


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La superpotenza senza soldati
Maurizio Blondet   
venerdì 15 febbraio 2008
uncle_sam_1.jpgGuerriero da tavolo e manager aziendale, Donald Rusmfeld aveva un grandioso sogno bellicista, e l’ha regalato all’America: fare del più potente apparato militare la più mobile, la più futurista, la più high-tech della forze combattenti della storia. La sua «revolution in military affaire» prevedeva, fra l’altro, la capacità di «combattere simultaneamente due guerre regionali». La realtà è sotto gli occhi di tutti: due micro-guerre in Iraq e Afganistan, e la sola superpotenza rimasta le sta perdendo. Col fiato grosso. Il peggio è che negli ambienti americani che decidono (i neocon) il sogno dura ancora. Due noti esposnenti dell’israelo-americanismo, Bill Kristol e Rich Lowry, hanno recentemente invitato Rumsfeld, dalle pagine del Washington Post, a «mandare più uomini in Iraq». (1) Ma quali uomini!, hanno risposto i gallonati: non ne abbiamo più. Secondo una valutazione interna della fanteria (ma spifferata ai media), «due terzi delle forze operative dell’esercito, attive o in riserva, sono ‘unready’, non pronte». Mancano o dell’equipaggiamento, o dell’addestramento o delle reclute necessarie ad adempiere alla missione. Non una sola delle «Brigade Combat Teams», il nucleo essenziale della forza combattente teorica oggi presente in USA è operativo.


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Le perdite Usa in Iraq restano alte
Martin Sieff   
venerdì 15 febbraio 2008
usa_flag_1.jpgMentre l'Iraq vacilla sull'orlo della guerra civile - o al di sopra di esso, la pressione non si allenta sulle forze di terra Usa sovraccaricate. Nell'ultimo mese, il ritmo medio al quale i soldati Usa sono stati uccisi in Iraq è diminuito in modo significativo, ma i ritmi secondo i quali essi stanno venendo feriti sono aumentati in modo impressionante. Gli articoli dei media dominanti Usa si sono concentrati solo sul numero di coloro che vengono uccisi. Ma negli ultimi otto mesi, abbiamo ripetutamente sottolineato in questa rubrica che i numeri assai maggiori dei soldati Usa feriti, specialmente quelli feriti in modo troppo grave per tornare in servizio attivo, rappresentano una cifra assai più ampia e più significativa dal punto di vista statistico della scala dell'attività dei ribelli e del grado in cui essa sta avendo successo o fallendo nell'infliggere perdite significative alle forze Usa. Il numero totale dei soldati Usa uccisi in Iraq fino a martedì 21 marzo, dall'inizio delle operazioni Usa per rovesciare Saddam Hussein il 19 marzo 2003, era di 2.319, secondo le cifre ufficiali diffuse dal Dipartimento alla Difesa, un aumento di 49 negli ultimi 39 giorni, o una media di poco superiore agli 1,3 uccisi al giorno.


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