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Filippo Passeri
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venerdì 15 febbraio 2008 |
 Da piccolo mio padre mi ha fatto vedere moltissimi film. In tutti ne
esiste uno che ha fatto epoca introducendo un concetto prima
sconosciuto. Quel film è RAMBO! Da allora il termine RAMBO, cognome del
protagonista John, è diventato sinonimo con cui si possono indicare i
fanatici militari o i soldati professionisti. Un concetto travalicante
talmente tanto il film da cui è nato che i sequel non avevano nemmeno
il barlume del dramma esistenziale e umano presente nel primo. Non si
legge più in quei film l’agonia del reduce incapace di riadattarsi alla
vita civile, un uomo abbandonato dal paese servito con onore che
improvvisamene s’inventa dei nemici perché ormai riesce solo a
combattere. No… non si vede più quel disgraziato, al suo posto c’è un
tizio dai capelli lunghi con la fascia rossa che spara con una M60 e
trucida comunisti mostrando floridi muscoli da palestra. Cosa cavolo
c’entra tutto questo con l’argomento dell’articolo? Beh nulla o tutto.
Già perché a pensarci bene quel film ha fatto conoscere al grande
pubblico una serie di imitatori come Steven Segal, Chuck Norris o
Arnold Schwarzeneggernel mitico “COMMANDO” che sul principio del super
soldato hanno fatto dei bei soldi grazie a persone entusiaste di pagare
un biglietto per vedere un super uomo vincere un’intera guerra da solo.
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Jean Pierre Husson e Andrea Nativi
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venerdì 15 febbraio 2008 |
 Prima
di discettare del futuro della guerra, bisognerebbe chiedersi se la
guerra avrà un futuro. Purtroppo la disillusione dopo le speranze
nutrite con la fine della guerra fredda non potrebbe essere più
cocente, anzi è probabile che conflitti e crisi, magari regionali o
interni, diventino più frequenti. Tuttavia, mentre i conflitti a "bassa
intensità" continueranno ad essere all'ordine del giorno, ci saranno
meno conflitti regionali ad alta intensità, sulla falsariga della
guerra del Golfo. Questo non significa che i conflitti a bassa
intensità saranno incruenti, anzi è probabilmente vero il contrario.
Dello stesso parere è anche Andrea Nativi, noto esperto del settore.
"L'opinione pubblica occidentale non solo non è disposta ad accettare
la morte dei propri soldati in combattimento, ma estende questo rifiuto
anche alla popolazione civile del nemico e vorrebbe minimizzare le
perdite tra i combattenti avversari. E' il mito della guerra
tecnologica, della guerra pulita, delle armi intelligenti di cui
abbiamo visto i primi segni nel Golfo e poi in Bosnia e che sta
influenzando lo sviluppo dei nuovi sistemi d'arma. Ma le altre guerre,
quelle tribali, etnico-religiose e civili, quelle fra eserciti
pre-tecnologici, continueranno ad essere combattute con ogni mezzo ed
arma, con ferocia".
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Martin Sieff
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venerdì 15 febbraio 2008 |
 As Iraq teeters on - or over - the brink of civil war the pressure is
not easing on the hard-pressed U.S. ground forces there. Over
the past month, the average rate at which U.S. troops have been killed
in Iraq has significantly fallen, the but the rates at which they are
being wounded have dramatically increased. U.S. mainstream media
reports have focused only on the numbers being killed. But over the
past eight months, we have repeatedly emphasized in this column that
the far larger numbers of U.S. troops wounded, especially those wounded
too seriously to return to active duty, represent a far broader and
more statistically significant figure of the scale of insurgent
activity and the degree to which it is succeeding or failing to inflict
significant casualties on U.S. forces. The total number of U.S.
troops killed in Iraq through Tuesday, March 21 since the start of U.S.
operations to topple Saddam Hussein on March 19, 2003, was 2,319,
according to official figures issued by the Department of Defense, a
rise of 49 in the past 39 days or an average of just over 1.3 killed
per day.The good news is that this is a more than 60 percent
improvement on the rate of 3.1 killed per day in early February. And it
is a 350 percent improvement on the 33 U.S. soldiers killed in only
seven days from Jan. 11 through Jan. 17, an average of 4.7 soldiers
killed per day.
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Maurizio Blondet
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venerdì 15 febbraio 2008 |
 Guerriero
da tavolo e manager aziendale, Donald Rusmfeld aveva un grandioso sogno
bellicista, e l’ha regalato all’America: fare del più potente apparato
militare la più mobile, la più futurista, la più high-tech della forze
combattenti della storia. La sua «revolution in military affaire»
prevedeva, fra l’altro, la capacità di «combattere simultaneamente due
guerre regionali». La realtà è sotto gli occhi di tutti: due
micro-guerre in Iraq e Afganistan, e la sola superpotenza rimasta le
sta perdendo. Col fiato grosso. Il peggio è che negli ambienti
americani che decidono (i neocon) il sogno dura ancora. Due noti
esposnenti dell’israelo-americanismo, Bill Kristol e Rich Lowry, hanno
recentemente invitato Rumsfeld, dalle pagine del Washington Post, a
«mandare più uomini in Iraq». (1) Ma quali uomini!, hanno risposto i
gallonati: non ne abbiamo più. Secondo una valutazione interna della
fanteria (ma spifferata ai media), «due terzi delle forze operative
dell’esercito, attive o in riserva, sono ‘unready’, non pronte».
Mancano o dell’equipaggiamento, o dell’addestramento o delle reclute
necessarie ad adempiere alla missione. Non una sola delle «Brigade
Combat Teams», il nucleo essenziale della forza combattente teorica
oggi presente in USA è operativo.
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Martin Sieff
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venerdì 15 febbraio 2008 |
 Mentre l'Iraq vacilla sull'orlo della guerra civile - o al di sopra di
esso, la pressione non si allenta sulle forze di terra Usa
sovraccaricate. Nell'ultimo mese, il ritmo medio al quale i soldati Usa
sono stati uccisi in Iraq è diminuito in modo significativo, ma i ritmi
secondo i quali essi stanno venendo feriti sono aumentati in modo
impressionante. Gli articoli dei media dominanti Usa si sono
concentrati solo sul numero di coloro che vengono uccisi. Ma negli
ultimi otto mesi, abbiamo ripetutamente sottolineato in questa rubrica
che i numeri assai maggiori dei soldati Usa feriti, specialmente quelli
feriti in modo troppo grave per tornare in servizio attivo,
rappresentano una cifra assai più ampia e più significativa dal punto
di vista statistico della scala dell'attività dei ribelli e del grado
in cui essa sta avendo successo o fallendo nell'infliggere perdite
significative alle forze Usa. Il numero totale dei soldati Usa uccisi
in Iraq fino a martedì 21 marzo, dall'inizio delle operazioni Usa per
rovesciare Saddam Hussein il 19 marzo 2003, era di 2.319, secondo le
cifre ufficiali diffuse dal Dipartimento alla Difesa, un aumento di 49
negli ultimi 39 giorni, o una media di poco superiore agli 1,3 uccisi
al giorno.
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Dario d'Elia
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venerdì 15 febbraio 2008 |
 Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), nota al grande
pubblico quando si chiamava ancora ARPA per la storia che la lega allo
sviluppo del Web e da sempre impegnata nell'innovazione a fini
militari, ha sfornato un nuovo "gadget" pensato per le truppe
statunitensi. Si chiama "Radar Scope" e, secondo le dichiarazioni degli
esperti, è in grado di rilevare la presenza di persone all'interno
degli edifici. Basta appoggiare al muro esterno il piccolo dispositivo
radar - grande come un telefono satellitare - per determinare se
qualcuno si nasconda nello stabile. E' sufficiente, infatti, il
movimento sussultorio del torace provocato dal respiro per attivare il
sistema di alert. Il raggio operativo è di circa 127 metri, in presenza
di muratura spesse non più di 30 centimetri. I primi modelli a larga
produzione saranno disponibili in primavera, e a detta della DARPA,
potranno essere facilmente trasportabili grazie ad un peso contenuto in
circa 680 grammi. Il costo di ogni singola unità sarà di circa 1000
dollari; l'alimentazione avverrà tramite delle comuni batterie stilo AA.
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Filippo Passeri
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venerdì 15 febbraio 2008 |
 Gli scenari mutano, il nemico, ossia il terrorismo, incombe, il soldato
s'attrezza. O meglio, dovrebbe attrezzarsi, ma un "militare-Robocop" in
grado di fronteggiare ogni evenienza costa, e parecchio: almeno 30 mila
euro, secondo una stima che tiene conto di una dotazione essenziale. In
attesa di finanziamenti sufficienti al lancio del progetto su larga
scala, l'Esercito italiano ha già messo a punto i prototipi del
"Soldato futuro" - così si chiama il programma - e le diverse
componenti, computer, Gps e armi sofisticate, vengono testate nei vari
teatri operativi. Obiettivo del progetto, dunque, è adeguare le
capacità operative del "combattente appiedato" dell'Esercito alla
minaccia terroristica, accrescendo - spiegano i tecnici che lavorano al
programma - "le capacità di combattimento, di sopravvivenza, di
comunicazione, di mobilità ed autonomia" del singolo soldato, e
dotandolo di quanto di meglio la tecnologia sia in grado di
offrire. Strumenti hi-tech. Il sistema prevede un elmetto dotato di binocolo per
la visione notturna e diurna, di occhiali balistici antilaser, di
microauricolare e microfono labiale. In dotazione anche un
micro-computer, apparati radio, un sistema Gps e il programma IFF
(Identification Friend or Foe) per distinguere gli amici dai nemici
nelle fasi più concitate della battaglia.
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Mike Whitney
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venerdì 15 febbraio 2008 |
 Mentre i critici della guerra in Iraq sono rapidi a far notare che
l'occupazione USA non ha successo, esitano a trarre l'ovvia conclusione
che la resistenza irachena sta vincendo. Osservazioni come questa sono
equivalenti a tradimento e quindi proibite nei media
dell'establishment. L'idea dell'invincibilità americana è un mito
alimentato così attentamente che viene difesa in tutte le fonti
d'informazione ed in tutti i momenti. Persino se le truppe USA
venissero prese sul fatto a gettare i loro elicotteri nell'Eufrate
mentre fuggono frettolosamente da Baghdad, i media "incorporati" ne
traviserebbero il significato per farlo sembrare un "ridispiegamento
strategico". Non vi è nulla di nuovo riguardo ai pregiudizi dei media,
ma il loro effetto sulla guerra in corso è stato insignificante. Il
rivolgimento della verità da parte dei media non può alterare la realtà
sul terreno ed il fatto è che i militari USA vengono battuti piuttosto
seriamente. Hanno scontri violenti con un nemico scaltro che ha
neutralizzato i loro vantaggi in termini di potenza di fuoco e la
tecnologia e limitato il loro campo di movimento. E' traumatizzante
pensare che, dopo quasi quattro anni di sanguinoso conflitto, le forze
di occupazione non controllano ancora "nessun terreno" oltre i
minacciosi muri protettivi della Zona Verde. Questa è una sbalorditiva
ammissione di sconfitta.
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Maurizio Blondet
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venerdì 15 febbraio 2008 |
 «La nostra armata sta cominciando a sfilacciarsi»: così si legge nel
rapporto dal campo che il generale a riposo Barry McCaffrey ha scritto
per il Dipartimento di scienze sociali di West Point. Il viaggio del
generale in Iraq aveva lo scopo di valutare gli effetti del «surge»,
del rafforzamento di truppe decretato da Bush e dai suoi strateghi da
tavolo (1). Il rapporto dà un quadro amarissimo della più potente e
costosa armata della storia, e dei sentimenti anche più amari degli
ufficiali contro la Casa Bianca. «Con 25 brigate di combattimento una
campagna attiva di contro-insorgenza può aver successo nel prossimo
decennio», scrive McCaffrey. E' un tratto di ironia: 25 brigate sono
oltre la metà dell'intero esercito. Quattro brigate sono occupate
permanentemente in Afghanistan e lo saranno per i prossimi 15 anni. Lo
sforzo di un decennio non può essere sostenuto. Specie con la grande
depressione che si sta instaurando.
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Filippo Passeri
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mercoledì 26 dicembre 2007 |
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Che ancor prima della guerra alcune ditte americane siano state contattate per 'vincere' gli appalti di ricostruzione dell'Iraq non c'è dubbio. Quel che è ancora più certo è che molte big corporations gli appalti non li hanno nemmeno vinti, ma se li sono aggiudicati d'ufficio in virtù dei forti legami con il Pentagono e con il Dipartimento di Stato americano, quando non proprio con la famiglia Bush. I forti legami tra Pentagono e alcuni dei 'padroni' (spesso chiamati consulenti) di queste grosse corporations sono illustrati in maniera abbastanza estesa nel capitolo 'Il Pentagono all'attacco'. In questa sezione cercheremo di tracciare un profilo dei principali appaltatori della ricostruzione. Tralasceremo i contratti di sub-appalto. Il sistema adottato dall'amministrazione americana, infatti, ha imposto l'assegnazione di grosse commesse a una ristretta manciata di corporations, lasciandole poi 'libere' di subappaltare fette – anche grosse – del lavoro a terzi.
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