 Similitudini di forme grafiche con altre forme grafiche, corrispondenze di forme grafiche con forme letterarie: grazie soprattutto a Philia, sparse nella rete, ce ne sono a centinaia, oramai, che collegano la Primavera di Botticelli all’Eden di Dante. E’ sufficiente, a volerle riunire tutte in solo un libro, per dichiarare, come Socci sostiene, che la Primavera di Botticelli è l’Eden di Dante? F.D.E. Schleiermacher, il padre dell’ermeneutica testuale contemporanea, avrebbe affermato di no, convinto egli com’era che la conoscenza di un’opera è un percorso che non si conclude mai in maniera definitiva, che procede secondo la regola del circolo ermeneutico, per il quale le parti ed il tutto sono unitida un ininterrotto flusso circolare, che ogni comprensione del singolo elemento è condizionata dalla comprensione del tutto e viceversa, che la conoscenza risolutiva si consegue asintoticamente.
La similitudine formale di due segni grafici non ne comporta l’uguaglianza. Le pagine del “Don Chisciotte” scritte da Pierre Menard di Borges, pur essendo formalmente uguali a quelle di Cervantes anche nella punteggiatura, appartengono a un libro diverso, perché segni grafici uguali possono avere significati differenti. Forme grafiche dissimili, invece, sono suscettibili di rappresentare la medesima idea. La considerazione è generale, applicabile sia alle forme testuali sia a quelle pittoriche e scultoree. Similitudini tra immagini pittoriche e forme testuali esistono, nelle tesi precedenti all’Eden dantesco, tra la Primavera e le opere di Ovidio, di Marziano Capella , di Angelo Poliziano. Eppure la Primavera è una sola, le altre varie. Il problema è che l’iconografia, col confronto tra figure pittoriche ed immagini pittoriche e letterarie, non penetra la “metafora delle cose”, non raggiunge il senso iconologico, il significato primario che –come scrisse Cesare Ripa– “appartiene a’ Dipintori”. La donna centrale della Primavera, la cosiddetta Venere, enigma nel mistero, è la dimostrazione lampante di come la ricerca dell’occhio sul piano dell’iconografia è vana. Nelle forme della donna centrale, “per mezzo di colori, o d’altra cosa visibile”, è stato visto di tutto. La sua originaria identificazione in figura di Venere, infatti, fu suggerita da Giorgio Vasari sia per la presenza nella tavola delle tre Càriti danzanti sia perché la Primavera, nella Villa di Castello, fu vista collocata accanto al dipinto della Nascita di Venere. Successivamente all’interpretazione di Vasari, alla signora col mantello rosso sono state assegnate molteplici identità: Venere Urania, Venere Humanitas, Filologia, Filosofia-Teologia, Calliope. Caterina Caneva, direttore di un Dipartimento di Pittura degli Uffizi di Firenze, con una felicissima espressione la definì “casta e matronale come una Madonna al centro di un polittico” . Già Panofsky, d’altra parte, in “Renaissance and Renascences in Western Art”, aveva evidenziato la somiglianza tra la cosiddetta Venere e la Vergine Maria del quadro botticelliano dell’Annunciazione. La questione, allora, consiste nell’accettare che –come scrisse ancora Cesare Ripa– “Le immagini fatte per significare una diversa cosa da quella, che si vede con l’occhio, non hanno altra più certa né più universale regola, che l’imitazione delle memorie, che si trovano ne’ libri, nelle Medaglie...” La soluzione del problema è nei simboli che caratterizzano la cosiddetta Venere, imitati secondo le memorie dell’epoca, quelle alle quali Sandro Botticelli era solito riferirsi. Per motivi di brevità, si limiterà l’analisi a tre soli simboli , i quali sono però sufficienti a fornire l’idea: il cespuglio di mirto che, come un’aureola, si staglia sopra la testa della donna centrale della Primavera, le due viole disegnate tra i suoi piedi, il pendente con forma di falce lunare che cinge il collo della “madonna”. 1. La pianta di mirto allude alla poesia d’amore. Ne è testimone la memoria dello stesso Dante, coi versi di Purgatorio XXI, 88-90, dove il poeta Stazio afferma: “Tanto fu dolce mio vocale spirto / che, tolosano, a sé mi trasse Roma, / dove mertai le tempie ornar di mirto”. 2. La viola simboleggia tre virtù: carità, castità e umiltà. Il significato è consolidato “ne’ libri”, sin dalla scrittura della "Disputa della rosa e della viola" di Bonvesin de la Riva. Nell'allegoria poetica la vittoria, sentenziata da un giglio che per la sua purezza è giudice imparziale, fu assegnata alla viola, simbolo dell'essenza della vita cristiana. “Trema la mammoletta verginella / con occhi bassi, onesta e vergognosa” scrisse Angelo Poliziano, contemporaneo e frequentatore di Botticelli. 3. La falce di luna del medaglione, mostrata in numerosi testi e finora mai indagata in profondità, esclude, dal punto di vista simbolico, molte figure mitiche identificate nella donna centrale della Primavera. La falce di luna, in primo luogo, non è attributo di Venere. Venere è il pianeta Venere e non si può associarle, alterando la consuetudine, una “stella” diversa. Nemmeno la luna si può assegnare a Filologia o a Filosofia-Teologia. Sul piano mitologico, la luna, sorella del sole, è attributo d’Artemide gemella d’Apollo, ovverosia di Diana trivia, e di Ecate triforme. Nell’accezione negativa di luna calante, la falce può essere assegnata a Proserpina/Persefone, regina degli inferi; anche si potrebbe attribuire, in virtù di un passo dell’Apocalisse, alla Vergine Maria, siccome la luna è “sotto i suoi piedi”. Esiste, però, una figura femminile “nella memoria de’ libri” che, essendo stata raffigurata in un giardino, è contemporaneamente caratterizzabile con la poesia d’amore del mirto, con le virtù della viola e con la falce di luna. Essa è Beatrice. Per quel che concerne il mirto e la viola, nulla quaestio: Beatrice è tema inesauribile di poesia, è per Dante la musa stessa della poesia, è angelo di virtù in terra, è “d'umiltà vestuta” come le semplici viole. Più complesso, invece, è il medaglione lunare. Per assegnarlo a Beatrice si può cominciare con il considerare che, dal giardino dell’Eden, Dante è rapito dietro l’anima della donna amata ed è condotto nel cielo della luna: “Drizza la mente in Dio grata", mi disse, / che n’ha congiunti con la prima stella". Esiste, comunque, una migliore spiegazione ed essa è intrigante, perché a proporla fu Dante Gabriel Rossetti, giusto il pittore-poeta preraffaelita che nel 1881, con il sonetto "For Spring by Sandro Botticelli", suscitò a livello internazionale la fama della Primavera. In uno studio a penna, Dante Gabriel Rossetti eseguì un disegno finito per un quadro ad olio denominato “Dantis Amor”. Nello studio i particolari sono più elaborati di quelli che appaiono nel dipinto e furono spiegati con alcune didascalie; ebbene: Beatrice, nel disegno di Rossetti, è rappresentata come una falce di luna che guarda Cristo/Sole. Sulla falce di luna è scritto: “quella beata Beatrice che mira continuamente nella faccia di colui”. Interessantissimo nel disegno è anche l’Angelo, armato di arco e freccia come il Cupido della Primavera, che è spiegato con la scritta: “L'Amor che muove il sole e l'altre stelle”. E’ evidente che lo studio di Rossetti, invaghito di Dante e della Primavera, è in grado di spiegare più di un simbolo presente nella tavola di Botticelli. L’associazione della falce di luna a Beatrice, in primo luogo: il paragone è nella Divina Commedia (Pd I, 46-48): “quando Beatrice in sul sinistro fianco / vidi rivolta e riguardar nel sole: / aguglia sì non li s'affisse unquanco”. L’idea colta dai “dipintori” nei versi della Divina Commedia è perfetta: Beatrice come la luna, che si volge e s’illumina riguardando il Cristo/Sole, lumen gentium. La figura di Beatrice, in ogni caso, è in grado di “incorporare” buona parte dei personaggi che, sul piano dell’iconografia, sono stati intravisti nella donna centrale della Primavera. Beatrice è una "Venere Teologica“ come spiegò, effettuando un confronto letterario tra Venere e Beatrice, il professor Winfried Wehle in “Rückkehr nach Eden". In Beatrice, come in Laura, sono rappresentate la donna amata e la gloria poetica, la Vergine e il Pi Greco, come scrisse il professor Raffaele Manica in una prefazione al “Canzoniere” di Petrarca. Beatrice riesce, perfino, a giustificare il numero di figure della Primavera: esse sono nove, così come nove fu il numero che Dante relazionò con Beatrice nella “Vita Nuova”. Lino Lista Bibliografia e sitografia Lino Lista, Le tre Grazie: una chiave per dischiudere il giardino della Primavera, << Episteme, An International Journal of Science, History and Philosophy >>, Porzi Ed., Perugia, 2002, p. 336-3 L’articolo originale è disponibile in: http://itis.volta.alessandria.it/episteme/ep6/ep6-I.htm L’articolo è disponibile in: http://www.antoniosocci.it/Socci/index.cfm (voce di menu: news) Lino Lista, Perché Mercurio è Dante, <>, supplemento ad Arte in Foglio, Perugia, 2004, p. 378-84 L’articolo originale è disponibile in: http://www.cartesio-episteme.net/ep8/ep8.htm Kathryine Lindskoog, Purgatory (Dante's Divine Comedy by Dante Alighieri), Publisher: Mercer University Press, USA, 1997 L'articolo "Spring in Purgatory" è disponibile in: http://www.lindentree.org/prima.html Claudia La Malfa, Firenze e l’allegoria dell’eloquenza: una nuova interpretazione della Primavera di Botticelli, Storia dell’Arte 97 (1999), p. 249-93 Matelda è l’unica figurina femminile tra le quattro presenti nell’angolo inferiore destro di Pg XXXI. Il disegno è visionabile all’indirizzo: http://itis.volta.alessandria.it/episteme/ep6/ep6-lista.htm Giovanni Reale, La Primavera o le Nozze di Filologia e Mercurio, Idea Libri, Rimini 2001. Caterina Caneva, La Primavera di Sandro Botticelli, TEA Arte, Varese 1998 Le immagini dei tre simboli ed ulteriori considerazioni sono nel citato sito www.philia.it “Dantis Amor” di Dante Gabriel Rossetti è visionabile all’indirizzo: http://digilander.libero.it/McArdal/gnomonarte/Rossetti/Rossetti2.htm Il brano è disponibile in: http://www.lindentree.org/discovery.html Fonte: http://www.galluzzo.it
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