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Una letteratura tutta da scoprire
Mario Gabriele Giordano   
sabato 18 marzo 2006
ImageLa definizione dei generi letterari, che, messi in discussione a partire dalla metà del secolo XVIII, sono stati in qualche modo riabilitati nel corso del Novecento, ha lo scopo di raggruppare e distinguere, in base a determinati criteri, le opere letterarie. Quando però si va a guardare da vicino la vasta gamma delle classificazioni operate in nome di queste categorie, ci si accorge che è stata sistematicamente e completamente ignorata una particolare produzione che pure è quella che ha visto e continua a vedere come autori una folla sterminata di persone mature e consapevoli. Si è parlato e si parla di odi, di canzoni e di sonetti o di novelle, di romanzi e di melodrammi ma non si è parlato e non si parla di un altro genere, quello nel quale l'individuo si riflette con la più autenticae persuasiva sincerità, che si riferisce al momento più drammaticamente solenne della condizione umana e che implicitamente risponde, come e più di ogni altro genere, a precisi e persistenti criteri formali e strutturali.
A individuare questo genere, come spesso avviene anche in altri campi, non è stato un addetto ai lavori. È stato Salvatore De Matteis, un intellettuale di vasti interessi e di fine sensibilità ma di professione Dirigente del Ministero della Giustizia con incarico di Sovrintendente dell'Archivio Notarile Distrettuale di Napoli. Ma probabilmente è stato proprio il suo incarico a consentirgli di riflettere sulle numerose valenze di un particolare tipo di scrittura: il testamento olografo. Già nel 1992 egli aveva pubblicato presso Sellerio, col titolo Essendo capace di intendere e di volere, un significativo campionario di queste scritture avvertendo che il testamento olografo "rivela quasi sempre il profilo di una confessione, di una confidenza, di una preoccupazione, di una invocazione di giustizia o di comprensione, di un canto di amore e di fede nell'uomo e in Dio altrimenti taciuti o destinati all'oblio". Nel testamento olografo di Alessandro Manzoni pubblicato successivamente sulla rivista "Riscontri" (XV, 2-3, pp. 75-83) e che in particolare intendeva "stimolare il recupero della dimensione umana piuttosto trascurata" dei grandi personaggi, egli riproponeva queste considerazioni sottolineando tra l'altro che lo scrittore, che "qui appare prolisso, ripetitivo, assai preoccupato di non risultare sufficientemente chiaro", è comunque "il Manzoni più intimo, consapevole della propria impotenza di fronte al fenomeno della morte, costretto a meditare sulla sua esperienza terrena, coinvolto emotivamente in ciò che scrive". Il contesto della sistematica ricerca che Salvatore De Matteis va attuando in questa materia e in questa prospettiva si è ora tuttavia espresso in una nuova e più importante pubblicazione, In piena facoltà..., uscita di recente presso Mondadori. Il volume si raccomanda non tanto per il più ampio e articolato corpus dei testi prescelti o per una loro più sapiente presentazione quanto per il fatto che esso rivela come l'autore abbia raggiunto una piena maturazione nella riflessione circa un non trascurabile significato dei testamenti olografi che, secondo lui, rivelano "una insospettata e particolare natura "narrativa", con apici di lirismo e perfino di umorismo, naturalmente involontario". "Ma dirò di più - egli continua -, a rischio di urtare la suscettibilità di qualche letterato di professione: attraverso questa via testamentaria che inizia nella notte dei tempi, gli uomini hanno creato, senza averne l'intenzione e senza accorgersene, una letteratura vera e propria, senza frontiere, sterminata, sottratta alle mode e alle esigenze editoriali, tutta da scoprire e a disposizione di tutti, capace di dimostrare con estrema sintesi e leggerezza come la vita vissuta sia l'atto di fantasia per eccellenza". Si tratta di affermazioni che prestano forse il fianco a qualche formalistica accusa di paradosso o di provocazione ma che, nella sostanza, prospettano la possibilità di recuperare alla letteratura forme di espressione da sempre trascurate. A proposito anzi della involontarietà delle soluzioni letterarie dei testamenti olografi, si può andare al di là di quanto affermato da De Matteis perché, come si sa, almeno in Italia, data la profonda dicotomia esistente tra espressione scritta ed espressione orale, non c'è scrivente che a suo modo non persegua, sempre e comunque, intenti intrinsecamente letterari nella volontaria e consapevole ricerca di una forma, per così dire, "illustre". La pratica dimostrazione di tutto ciò è del resto interna agli stessi testi selezionati dall'autore. In essi infatti le indicazioni patrimoniali, che dovrebbero costituire la parte essenziale dei singoli documenti, sono spesso sopravanzate dall'accurata esposizione di situazioni anche complesse e dall'appassionata espressione di sentimenti e di risentimenti che, a prescindere dal grado delle individuali capacità intellettuali e culturali, si presentano con i fondamentali caratteri del genere narrativo o di quello lirico. Ciò che va infine sottolineato è che, al di là di questo suo particolare significato, il libro è di gradevole lettura anche perché alcuni testi sono oggettivamente esilaranti nella loro ingenuità o nell'assurdità di certe pretese. La sua gradevolezza non toglie però che a prevalere sia quel senso di profonda e pensosa malinconia che la sua lettura immancabilmente provoca perché ciò che vi è scritto è stato scritto da chi guardava in faccia la morte. Mario Gabriele Giordano


Fonte: http://www.vatican.va


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