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Incontro con Valerio Massimo Manfredi
Giulia e Piero Pruneti   
domenica 19 febbraio 2006
ImageEmiliano nel midollo. Lo troviamo alla fine di un labirinto di strade nella bassa modenese, nella casa dov'è nato e che un improbabile addensamento di alberi, ancora lussureggianti di colori autunnali, chiude alla vista della grande pianura. D'inverno, quando c'è gelo e neve, qui si ha la sensazione delle solitudini russe, anche se sono vicine le case di Piumazzo. E lo scrittore se ne avvantaggia. Valerio Massimo ci viene incontro con il suo Lupone, un pastore tedesco ormai abituato anche lui alle visite e alle foto in posa.Ne facciamo subito una sullo sfondo verde, dove il ben noto caschetto di capelli candidi del conduttore di Stargate risalta alla grande.
Chiede di un amico comune, un po' geniale, un po' avventuriero, che non si vede da anni: l'ultima volla e stato segnalato nel deserto del Sinai che guidava un fuoristrada senza targa... Scherza l'autore di Alexandros, ma non troppo. E' ironico, ma diventa facilmente sarcastico. Ama la dimensione comica, ma sa che la grandiosità dei fatti, dei fondali, dei personaggi si esprime quasi sempre nella tragedia. Sì è troppo immerso, Manfredi, nell'intimo storico e psicologico dei suoi protagonisti per ridere del mondo senza inquieludine. Senza dimenticare la grandezza e la miseria di cui sono capaci gli uomini. Valerio Massimo Manfredi è professore di archeologia alla Bocconi di Milano; ha pubblicato numerosi saggi e i seguenti romanzi: Palladion, Lo scudo di Talos, L'Oracolo, Le Paludi di Hesperia, La Torre della Solitudine, Il Faraone delle Sabbie, Alexandros, Chimaira, L'Ultima Legione, Il Tiranno, L'Impero dei Draghi. L'INTERVISTA Conosciamo il tuo passalo. Eri archeologo e sei diventato scrittore. Famoso. Com'è avvenuta lo metamorfosi? La scintilla è scattata durante il periodo universitario quando con gli amici andavamo in giro per il mondo alla scoperta delle civiltà antiche. Tutto il Nord Africa, la Grecia, l'Asia minore, l'Afghanistan... In quel momento penso siano nati contemporaneamente l'archeologo e lo scrittore, solo che il secondo non sapeva ancora di esserci. Qualche tempo dopo un piccolo editore di Bologna mi chiese di scrivere un romanzo. Questa esperienza mi fece capire che ero in grado di costruire una storia e infatti, l'anno dopo, mentre ero sullo scavo di Lavinium, a Pratica di Mare, mi venne l'idea di quello che sarebbe stato il mio romanzo di esordio, Palladion. E Alessandro dopo quanti romanzi è venuto? Alexandros è stato il mio settimo libro, tradotto in trentuno lingue e diffuso in cinquantatre paesi, fra cui Corea, Taiwan, Israele, Giappone, Iran... In tutto mi sembra che siano quattro milioni e mezzo di copie. Questo significa che Alexandros presenta il personaggio e la tematica che più ti appartengono? Non so se è cosi. Alla fine è un'esperienza che considero conclusa. Alexandros è stata una stagione molto bella, esaltante. E' un libro che ho scritto tutto d'un fiato, in un tempo record. Sono quasi millequattrocento pagine. Mi ero subito reso conto che se non facevo così non ce l'avrei fatta. Come si può affrontare una figura come quella di Alessandro? Da dove si comincia? Che cosa decidi di raccontare e cosa lasciar perdere? E' una materia immane e dunque andava presa di petto. Disponevo però di un materiale enorme, accumulato durante la mia consulenza per il progetto del film di Oliver Stone, con tutta l'iconografia, le iscrizioni, i particolari del vivere quotidiano... Così decisi di iniziare la mia avventura. Ho lavorato dieci ore al giorno per dieci mesi e alla fine è nato "Alessandro". Nel libro qual è il rapporto tra realtà e fantasia? Insomma, ci possiamo fidare del tuo Alessandro? Questo aspetto non ha alcuna importanza, in quanto stiamo parlando di un'opera di letteratura, non di un saggio. Se voglio ricostruire la figura storica di Alessandro devo andare nelle biblioteche, leggere le biografie scientifiche, le fonti, tutte le noie a piè di pagina, sudare, faticare, soffrire. Questo è il modo. "Alessandro" è un romanzo e procede per emozioni, mentre il saggio slorico avanza per problemi. Poi se chi scrive il romanzo è un professionista del mondo antico o comunque storico o archeologo è chiaro che la vicenda che ne esce sarà aderente alle fonti in maniera quasi maniacale, ma i fatti storici saranno riportati in modo molto più complesso di come si possa fare in un saggio. E questo perché il saggio scientifico da sempre due sole dimensioni: quella cronologica (è accaduto prima o dopo) e quella politica (è accaduto per questo o per quest'altro motivo). L'opera letteraria racconta la storia in maniera univoca, procede sempre dritta, senza mai porsi problemi di alternatività, come se chi scrive fosse stato testimone oculare di quello che sta narrando e ne sia ancora profondamente coinvolto. Di fatto, l'autore, nell'opera letteraria, ha la possilità di creare una terza dimensione alle vicende, cioè di dare quella profondità di campo che manca sempre nell'opera storica, ovvero l'aspetto che riguarda la vita. Quest'ultimo è un elemento che nei saggi storici viene sempre confinato in lavori di tipo specialistico, raggruppati sono l'etichetta di "antichità", dove troviamo studi sul costume, sulla cosmetica, sull'economia, le case... Tutto questo però viene affrontato separatamente, mentre nell'opera letteraria è presente in maniera organica. Come se il lettore si trovasse all'interno di un diorama in cui divide lo spazio virtuale con i personaggi stessi del romanzo, che mangiano, parlano, si vestono, si armano, fanno l'amore, il tutto senza didascalismi. Se la ricostruzione ambientale è perfetta, alla fine chi avrà letto il libro con partecipazione emotiva saprà molto di più su Alessandro che non attraverso una "fredda" opera storica, perché avrà assorbito la storia stessa dal contesto. Come se il nostro lettore fosse stato in vacanza in quell'epoca e per tutto il periodo dell'avventura descritta. Se le tue sono opere di letteratura con buoni fondamenti storici, anche i personaggi sono sia letterari che storici, dove l'autore trasmette qualcosa di sé stesso... Nei protagonisti dei tuoi romanzi è possibile rintracciare un fondo di umanità che si ripete? Certamente. E' il mio concetto dell'essere umano, scaturito dalle esperienze personali, dall'educazione che ho ricevuto. Mio padre mi ha inculcato, con le buone e con le cattive, delle convinzioni ferree. L'onore, la coerenza, la correttezza... Senza dubbio questa esperienza personale si traspone nei miei romanzi, in uomini che hanno un alto sentire di sé, non nel senso della superbia, ma nella considerazione della propria umanità. Uomini che si spendono senza economia per gli altri, che non rifiutano mai l'aiuto a nessuno, che vivono l'amicizia in modo epico. C'è il senso dell'amore con un'intensità tutta particolare, c'è il senso dell'appartenenza, della cultura da cui si proviene. L'orgoglio e la fierezza di queste origini e di queste radici. Tutta una serie di sentimenti che oggi sono considerati obsoleti ed etichettati come semplici moralismi. Sei d'accordo con l'asserzione che nella storia troviamo protagonisti e "masse" anonime? Come ti poni nei confronti di queste due realtà? Trovo questa dicotomìa abbastanza irrealistica. La storia non scaturisce né dai protagonisti, né dalle masse, né dalle due cose insieme. Ma è il risultato di una serie molto complessa di componenti. Non c'è soltanto il protagonista Alessandro e, di fronte, la "massa". Intorno a lui, ad esempio, c'è un gruppo di uomini di altissimo livello che sono lo zoccolo duro della sua personalità. Sono i suoi amici, i compagni educati insieme a lui. Poi c'è l'esercito che non è soltanto "massa", ma è costituito da individui dotati di grande personalità: un organismo unitario dove tutti i personaggi, emergenti e non, compartecipano in ogni attimo; una macchina straordinaria fatta di milioni di centri pensanti che interagiscono costantemente. La storia procede in questo modo, ma, attenzione, ha al suo interno una componente caotica, imprevedibile, del tutto incontrollabile. Alla fine la storia è un fiume che ha una forza d'inerzia enorme, se si scatena una piena non c'è scampo e agli uomini non resta che scappare. Anche nel caso del crollo dell'impero romano abbiamo la storia che a un ceno punto rompe gli argini dilagando in maniera caotica, dopo di che sono seguiti ben sei secoli dì grande caos rispetto al precedente ordine che abbracciava l'Europa e il Mediterraneo. Si può ipotizzare cosa avrebbe fatto Alessandro se non fosse morto a soli trentatré anni? La fortuna del mito di Alessandro deriva dal fatto che nel momento in cui muore egli è virtualmente signore del mondo, nel senso che nel mondo allora conosciuto non c'è nessuno in grado di opporglisi. Secondo alcuni studiosi, se Alessandro non fosse morto cosi giovane, il mondo sarebbe stato assolutamente migliore. Invece dei giochi nell'arena, avremmo avuto le gare olimpiche, più letteratura, più teatro, anche più democrazia. Comunque una civiltà più sofisticata e preferibile a quella che venne invece sviluppala dai romani. Ma sono pure speculazioni. È vero che il mondo sarebbe stato plasmato da Alessandro e dalla sua cultura e questo lo avrebbe reso più apprezzabile. Pensiamo alla sua idea di eliminare le barriere etniche, a quella di dar vita a un mondo permeato, sì, dalla cultura greca, ma aperta ai contributi delle culture "altre". E comunque teniamo presente che gran parte di questo mondo in cui viviamo è stato realizzato da Roma, che alla fine è una città con componenti locali, regionali, ma profondamente ellenizzata. Ecco, entriamo nelle sorti di quest'altro grandeimpero dell'antichità. Secondo te in che modo avrebbe potuto salvarsi l'impero romano? Se sì fosse dato una solida costituzione, che avesse regolato l'istituto stesso dell'impero, che invece è rimasto una magistratura provvisoria, senza regole. Questo ha avuto come effetto non troppo collaterale delle continue guerre civili. Se l'impero avesse potuto concentrare tutte le sue energie sulle frontiere non c'erano barbari che tenessero. Li avrebbero triturati. Invece lo spreco di forze consumato nel mantenere l'unità interna è stato enorme. La battaglia di Adrianopoli tra Costantino e Licinio vede due eserciti di proporzioni pazzesche: centotrentamila uomini da una parie, centosessantamila dall'altra. Parliamo di trecentomila uomini, siamo fuori scala. Se quella forza immensa fosse stata utilizzata per contrastare le invasioni nessuno avrebbe potuto sfondare il limes. Poi è subentrata anche la dimensione caotica della storia di cui parlavamo prima; ovvero il fatto che ondate continue di invasori si sono succedute per duecento anni... Nessun organismo statale può sopravvivere a una pressione del genere. La storia è un'evoluzione o un eterno ritorno? C'è una logica individuabile nei percorsi storici? Secondo me c'è una tendenza, una costante, una molla: la consapevolezza e la volontà dell'essere umano di creare un mondo migliore. Se non fosse così le nostre società non sarebbero quelle che sono. Spendiamo, per esempio, cifre di una certa consistenza per aiutare le persone portatrici di handicap che invece un tempo erano emarginate. C'è una sensibilità diffusa anche riguardo al fatto che alcuni sono troppo ricchi e altri troppo poveri; questo non e mai slato un problema nell'antichità, mentre ora almeno il concetto è nato e si sta diffondendo. C'è un tentativo di riduzione continua delle guerre più devastanti. Pensiamo all'esperimento dell'Unione Europea, composta da paesi che si sono combattuti senza interruzione per tredici secoli e che oggi decidono di fare tabula rasa del passato e di progettare un futuro diverso di prosperità, di stabilità, di pace... E' un fatto straordinario. C'è una tendenza effettiva a vincere le malattie, la miseria, ad aiutare i più deboli, a proteggere l'ambiente. Vedo alla fine un prevalere di energie che portano - diciamolo pure senza timore di retorica - verso un mondo migliore. Restano le incognite, le minacce, del caos incontrollabile che può travolgere tutto. Per questo dobbiamo rimanere sempre vigili sugli argini del grande fiume. Giulia e Piero Pruneti


Fonte: http://www.archeologiaviva.it


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