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Fabbriche Lucide, storie di sirene antiche
Gianni Crobe   
giovedì 09 giugno 2005
ImageMare 0.8 nasce come un nuovo contenitore di proposte creative dando vita a un’inedita sinergia tra pittura, scultura, fotografia, installazione, design, moda e musica, allo scopo di ripensare i luoghi dell’arte. Ad ospitare la mostra Mare 0.8 è infatti un’ambientazione speciale: una casa per le vacanze trasformata in una grande nave con 24 artisti a bordo che raccontano il mare e i suoi miti contemporanei. Mare 0.8 inaugura inoltre una serie di serate speciali dedicate a interventi multidisciplinari che indagano il mare e le sue rappresentazioni da diverse prospettive. Sabato 2 agosto ha avuto luogo una conversazione con Loredana Mancini sul tema “Storie di sirene, un racconto tra mito e iconografia”. Loredana Mancini è archeologa e antropologa del mondo antico; nel 2005 ha pubblicato per la casa editrice Il Mulino il saggio “Il rovinoso incanto. Storie di sirene antiche”.

 

Loredana Mancini, Il rovinoso incanto. Storie di Sirene antiche

 

Il volume di L. Mancini fa parte della collana "Antropologia del mondo antico", curata da Maurizio Bettini, ed è il risultato della ricerca che l'autrice ha svolto durante i suoi studi di dottorato. Il ricchissimo materiale raccolto e analizzato è organizzato in tre sezioni che si collegano ad altrettanti elementi tipici delle rappresentazioni letterarie ed iconografiche delle Sirene antiche: la voce, la seduzione e l'acqua. Un'utile Appendice riporta il repertorio delle immagini di Sirene utilizzate dall'autrice e ventotto tavole offrono una campionatura delle raffigurazioni analizzate nel saggio.

La prima parte del libro (La Voce delle Sirene) sviluppa, dunque, il tema del canto. Sebbene nell'immaginario moderno alle Sirene venga attribuita una voce melodiosa attraverso la quale incantano, appunto, chi si imbatta in loro, la Mancini, attraverso l'esame di testimonianze per lo più relative a una fase molto arcaica e di area greca, dimostra che la voce e la musica delle Sirene è ben diversa: il loro, infatti, è il «canto spontaneo, irrazionale, portatore di un'efficacia magica.potremmo dire che la Sirena è espressione di una forza dionisiaca.» (p. 49). In questo senso le Sirene sono in rapporto contrastante con le Muse, il cui canto invece è razionale, apollineo.

In realtà gli intrecci della mitologia greca sono assai complessi, come mostra l'autrice nel capitolo dedicato ai rapporti tra le Sirene e Delfi. Secondo il mito di fondazione del famoso santuario, sopra il frontone di uno dei tre templi arcaici che costituirono il primo nucleo dell'area sacra, stavano sei Keledones (Incantatrici) d'oro che con la loro voce dolce soggiogavano i visitatori i quali, dimentichi di mogli e figli, rimanevano stregati in quel luogo. Per questo motivo gli dei fecero sprofondare il tempio in una voragine. Il legame con le Sirene omeriche è evidente e la Mancini riporta e discute le opinioni di coloro che hanno identificato o avvicinato Keledones e Sirene fin dall'antichità. L'autrice percorre una pista tutta sua, proponendo di collegare le Keledones a una fase arcaica dello sviluppo dell'oracolo delfico della Pizia e passa poi a una lettura comparata di altre figure singolari legate a Delfi, quella delle tre vergini sorelle dell'Inno omerico ad Ermes (sorta di dee-api, che insegnano ad Apollo bambino l'arte della profezia) e quella delle iynges, oggetti magici, probabilmente ruote sonore variamente sospese nei templi e utilizzate nei riti di oracolo. La conclusione di questa prima parte è ben riassunta dall'affermazione dell'autrice secondo cui «le Sirene mentono, dunque: esse, la voce che rende immemori, fingono di essere l'esatto opposto di se stesse, ovvero le Muse custodi della memoria» (p. 75).

A questo punto lo sguardo si sposta verso Occidente, in Magna Grecia, le cui coste, a partire dalla baia di Napoli e dal Sorrentino, sono costellate da luoghi di culto dedicati alle Sirene. L'iconografia si discosta da quella greca e le tre Sirene assumono anche nomi diversi (Partenope, Ligeia e Leucosia). Sebbene, secondo la Mancini, sia meno facile per quest'area circoscrivere le caratteristiche di queste figure mitologiche, tra le loro caratteristiche costanti vi fu il legame con la sfera ctonia e il culto dei morti, per altro elemento tipico fin dal loro apparire e già anticipato dall'autrice nella prima parte. Così come si è visto a proposito della voce, anche la fisionomia delle Sirene dell'immaginario moderno va rivisitata. Infatti le fonti antiche le descrivono non come metà donne e metà pesci, bensì come donne uccello, ampiamente ritratte in Occidente su oggetti funebri, quali stele e vasi, all'interno di cicli iconografici di tema nuziale ed erotico. La Mancini spiega la ricorrenza di tale iconografia in contesti funebri con lo sviluppo dal IV secolo a. C. in poi di una "escatologia nuziale", ossia dello sviluppo del tema dell'unione erotica con il dio (nella maggior parte dei casi Dioniso) come allegoria della salvezza post mortem. La narrazione mitologica, comprensibile forse solo da parte di 'lettori' colti, poteva essere percepita a un livello più basso come semplice collegamento tra "felicità eterna e perpetua vitalità erotica" (p. 97).

Si passa così al tema della seduzione, argomento della seconda parte del libro (La Sirena e la seduzione), che analizza i rapporti tra le Sirene ed Afrodite e Artemide, due divinità strettamente legate all'eros femminile.  La Mancini individua nella iconografia occidentale delle Sirene una tendenza all'abbellimento, all'intensificazione dell'aspetto erotico-perturbante di questi esseri (la sirena-coquette, cfr. spec. pp. 105-108). A Locri le Sirene fanno parte dell'inventario iconografico attestato nell'area sacra dedicata ad Afrodite, all'interno della quale era praticata la prostituzione sacra da parte delle vergini del luogo, secondo uno schema religioso legato ai riti di passaggio dalla fanciullezza alla condizione di sposa. Nelle tavolette votive rinvenute in questa zona, la Sirena diviene, nell'interpretazione offerta dall'autrice, personificazione della futura sposa nella fase liminale in cui si trova subito prima delle nozze: è uscita da casa, ma non è ancora sposa e madre. Similmente a Sparta le Sirene sono riprodotte su oggetti legati al santuario di Orthia (divinità arcaica che più tardi sarà identificata con Artemide), in cui i ragazzi e le ragazze spartani erano sottoposti a un complesso sistema educativo e rituale che li faceva entrare nell'età adulta. Anche in questo caso la Mancini interpreta la figura quale simbolo, in particolare, della vergine e della forza vitale arcana che la connota. Le Sirene sono dunque esseri ambigui, come ambigua è la condizione della parthenos, percepita dalla società circostante come «forza destabilizzante», a causa della sua carica erotica non ancora sottoposta al vincolo matrimoniale.

La terza parte del libro, come si diceva, è dedicata all'acqua (La Sirena e l'acqua): a questo elemento sono legate le Ninfe, altre figure mitologiche che, come già le Muse e le Incantatrici, presentano tratti analoghi alle Sirene. Nel ripercorrere miti e temi attestati nelle raffigurazioni ceramiche, l'autrice approfondisce il tema della nascita delle Sirene dall'unione della terra con il fiume Acheloo: le Sirene - contrariamente a quanto viene rappresentato dal repertorio iconografico moderno, che ha le sue radici nella tarda antichità e nel medioevo durante i quali questi daimones acquistano la coda di pesce delle mermaid nordiche - non amano l'acqua del mare, bensì quella di sorgenti e fiumi, acque il cui suono per gli antichi era collegato, di nuovo, all'idromanzia e all'oracolo. Il gorgogliare dei torrenti ci riporta così al ronzio delle api delfiche e al suono delle ruote magiche, mentre il collegamento con le Ninfe richiama, ancora, il tema delle fanciulle vergini.

Dopo un capitolo di carattere comparatistico (Racconti di acque, fantasmi e streghe) - in cui l'autrice considera caratteristiche comuni a Sirene e altre figure mitologiche quali streghe o fantasmi presenti in diversi ambiti geografici e storico-culturali, sempre comunque "apparentati" con l'antichità greca - la Mancini sottolinea come la vicinanza con l'acqua, accanto all'ibridismo e all'incertezza del loro statuto sessuale (simile a quello delle fanciulle vergini), sia collegato alla natura liminare di tali creature.

Le Sirene analizzate in chiave storico-antropologica dalla Mancini dicono molto a proposito della condizione femminile nell'età antica: prostituzione sacra, riti matrimoniali, riti di passaggio dalla condizione di fanciulla a quella di sposa, sacerdozio femminile, vengono ben delineati attraverso la discussione puntuale delle fonti antiche sulle figure mitologiche al centro del saggio. L'ambiguità della natura femminile, vista naturalmente attraverso la lente di una società maschilista, si traduce nell'ambiguità e nel polimorfismo delle Sirene che attraverso i secoli si trasformano da donne uccello a donne pesce, incarnando sempre gli aspetti della natura femminile più problematici e perturbanti. Ma c'è un altro ambito, meno ovvio, che questa ricerca illumina attraverso l'analisi della figura delle Sirene, ed è quello del rapporto tra gli antichi e la natura che li circondava. Ogni fenomeno naturale, oltre ad essere un segno cui dare un significato, aveva un profondo impatto sull'emotività degli uomini, come ben riassunto nella definizione di Sirena fornita dall'autrice in conclusione del saggio (p. 234): «la Sirena può essere definita un demone ornitomorfo ., specializzato nelle manifestazioni psichiche irrazionali legate ai suoni che la natura spontaneamente produce. Questa Sirena al grado zero è alla base delle varie Sirene che, nel corso dei secoli, assumeranno i panni di musicanti, lamentatrici, iniziatrici di giovani spose, o quelli mistico-filosofici di custodi del Paradiso».

 

 

 

 

Omero, Odissea, XII. 39-54; 158-194


Alle Sirene prima verrai, che gli uomini
stregano tutti, chi le avvicina.
Chi ignaro approda e ascolta la voce (phtongon)
delle Sirene, mai più la sposa e i piccoli figli,
tornato a casa, festosi l’attorniano,
ma le Sirene col canto armonioso  lo stregano,
sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri
umani marcenti; sull’ossa le carni si disfano.
Ma fuggi e tura gli orecchi ai compagni,
cera sciogliendo profumo di miele, perché nessuno di loro
le senta: tu, invece, se ti piacesse ascoltare,
fatti legare nell’agile nave i piedi e le mani
ritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde ti attacchino,
sicché tu goda (terpomenos) ascoltando la voce delle Sirene.
Ma se pregassi i compagni, se imponessi di scioglierti,
essi con nodi più numerosi ti stringano.

«Delle Sirene dal canto  divino per prima cosa ordinava
che fuggissimo e voce (phtongos) e prato fiorito.
A me solo ordinava d’udire quel canto; ma voi con legami
Strettissimi dovete legarmi, perché io resti fermo,
in piedi sulla scarpa dell’albero, a questo le corde m’attacchino .
E se vi pregassi, se v’ordinassi di sciogliermi,
voi con nodi più numerosi stringetemi!»
Così, le cose a una a una dicendo ai compagni, parlavo.
Intanto rapidamente giunse la nave ben fatta
all’isola delle Sirene, ché la spingeva buon vento.
Ed ecco a un tratto il vento cessò; e bonaccia
fu, senza fiati: addormentò l’onde un dio.
Balzati in piedi i compagni la vela raccolsero,
e in fondo alla nave la posero; quindi agli scalmi
seduti, imbiancavano l’acqua con gli abeti politi.
Ma una gran ruota di cera col bronzo affilato
io tagliavo a pezzetti, li schiacciavo tra le mani gagliarde.
In fretta s’ammorbidiva la cera, ché la premeva gran forza
e la vampa del sole, del sire Iperone;
così, in fila, gli orecchi a tutti i compagni turai.
Essi poi nella nave legarono me mani e piedi,
dritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde fissarono.
Quindi, seduti, battevano il mare schiumoso coi remi.
Ma come fummo lontani, quanto s’arriva col grido,
correndo in fretta, alle Sirene non sfuggì l’agile nave
che s’accostava: e un armonioso canto intonarono.
«Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,
ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia (terpsamenos) riparte, e conoscendo più cose.
Noi tutto sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia
Argivi e Teucri partirono per volere dei numi;
tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice».
Così dicevano alzando la voce bellissima, e allora il mio cuore
voleva sentire, e imponevo ai compagni di sciogliermi,
coi sopraccigli accennando; ma essi a corpo perduto remavano.

 

 

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