Mare 0.8 nasce come un nuovo contenitore di proposte creative dando vita a un’inedita sinergia tra pittura, scultura, fotografia, installazione, design, moda e musica, allo scopo di ripensare i luoghi dell’arte. Ad ospitare la mostra Mare 0.8 è infatti un’ambientazione speciale: una casa per le vacanze trasformata in una grande nave con 24 artisti a bordo che raccontano il mare e i suoi miti contemporanei. Mare 0.8 inaugura inoltre una serie di serate speciali dedicate a interventi multidisciplinari che indagano il mare e le sue rappresentazioni da diverse prospettive. Sabato 2 agosto ha avuto luogo una conversazione con Loredana Mancini sul tema “Storie di sirene, un racconto tra mito e iconografia”. Loredana Mancini è archeologa e antropologa del mondo antico; nel 2005 ha pubblicato per la casa editrice Il Mulino il saggio “Il rovinoso incanto. Storie di sirene antiche”.
Loredana Mancini, Il rovinoso incanto. Storie di Sirene antiche
Il volume di L. Mancini fa parte della collana "Antropologia del
mondo antico", curata da Maurizio Bettini, ed è il risultato della ricerca che
l'autrice ha svolto durante i suoi studi di dottorato. Il ricchissimo materiale
raccolto e analizzato è organizzato in tre sezioni che si collegano ad
altrettanti elementi tipici delle rappresentazioni letterarie ed iconografiche
delle Sirene antiche: la voce, la seduzione e l'acqua. Un'utile Appendice
riporta il repertorio delle immagini di Sirene utilizzate dall'autrice e
ventotto tavole offrono una campionatura delle raffigurazioni analizzate nel
saggio.
La prima parte del libro (La Voce delle Sirene) sviluppa,
dunque, il tema del canto. Sebbene nell'immaginario moderno alle Sirene venga
attribuita una voce melodiosa attraverso la quale incantano, appunto, chi si
imbatta in loro, la Mancini, attraverso l'esame di testimonianze per lo più
relative a una fase molto arcaica e di area greca, dimostra che la voce e la
musica delle Sirene è ben diversa: il loro, infatti, è il «canto spontaneo,
irrazionale, portatore di un'efficacia magica.potremmo dire che la Sirena è
espressione di una forza dionisiaca.» (p. 49). In questo senso le Sirene sono in
rapporto contrastante con le Muse, il cui canto invece è razionale,
apollineo.
In realtà gli intrecci della mitologia greca sono assai complessi,
come mostra l'autrice nel capitolo dedicato ai rapporti tra le Sirene e Delfi.
Secondo il mito di fondazione del famoso santuario, sopra il frontone di uno dei
tre templi arcaici che costituirono il primo nucleo dell'area sacra, stavano sei
Keledones (Incantatrici) d'oro che con la loro voce dolce soggiogavano i
visitatori i quali, dimentichi di mogli e figli, rimanevano stregati in quel
luogo. Per questo motivo gli dei fecero sprofondare il tempio in una voragine.
Il legame con le Sirene omeriche è evidente e la Mancini riporta e discute le
opinioni di coloro che hanno identificato o avvicinato Keledones e Sirene
fin dall'antichità. L'autrice percorre una pista tutta sua, proponendo di
collegare le Keledones a una fase arcaica dello sviluppo dell'oracolo
delfico della Pizia e passa poi a una lettura comparata di altre figure
singolari legate a Delfi, quella delle tre vergini sorelle dell'Inno omerico ad
Ermes (sorta di dee-api, che insegnano ad Apollo bambino l'arte della profezia)
e quella delle iynges, oggetti magici, probabilmente ruote sonore
variamente sospese nei templi e utilizzate nei riti di oracolo. La conclusione
di questa prima parte è ben riassunta dall'affermazione dell'autrice secondo cui
«le Sirene mentono, dunque: esse, la voce che rende immemori, fingono di essere
l'esatto opposto di se stesse, ovvero le Muse custodi della memoria» (p.
75).
A questo punto lo sguardo si sposta verso Occidente, in Magna
Grecia, le cui coste, a partire dalla baia di Napoli e dal Sorrentino, sono
costellate da luoghi di culto dedicati alle Sirene. L'iconografia si discosta da
quella greca e le tre Sirene assumono anche nomi diversi (Partenope, Ligeia e
Leucosia). Sebbene, secondo la Mancini, sia meno facile per quest'area
circoscrivere le caratteristiche di queste figure mitologiche, tra le loro
caratteristiche costanti vi fu il legame con la sfera ctonia e il culto dei
morti, per altro elemento tipico fin dal loro apparire e già anticipato
dall'autrice nella prima parte. Così come si è visto a proposito della voce,
anche la fisionomia delle Sirene dell'immaginario moderno va rivisitata. Infatti
le fonti antiche le descrivono non come metà donne e metà pesci, bensì come
donne uccello, ampiamente ritratte in Occidente su oggetti funebri, quali stele
e vasi, all'interno di cicli iconografici di tema nuziale ed erotico. La Mancini
spiega la ricorrenza di tale iconografia in contesti funebri con lo sviluppo dal
IV secolo a. C. in poi di una "escatologia nuziale", ossia dello sviluppo del
tema dell'unione erotica con il dio (nella maggior parte dei casi Dioniso) come
allegoria della salvezza post mortem. La narrazione mitologica,
comprensibile forse solo da parte di 'lettori' colti, poteva essere percepita a
un livello più basso come semplice collegamento tra "felicità eterna e perpetua
vitalità erotica" (p. 97).
Si passa così al tema della seduzione, argomento della seconda
parte del libro (La Sirena e la seduzione), che analizza i rapporti tra
le Sirene ed Afrodite e Artemide, due divinità strettamente legate
all'eros femminile. La Mancini individua nella iconografia occidentale
delle Sirene una tendenza all'abbellimento, all'intensificazione dell'aspetto
erotico-perturbante di questi esseri (la sirena-coquette, cfr. spec. pp.
105-108). A Locri le Sirene fanno parte dell'inventario iconografico attestato
nell'area sacra dedicata ad Afrodite, all'interno della quale era praticata la
prostituzione sacra da parte delle vergini del luogo, secondo uno schema
religioso legato ai riti di passaggio dalla fanciullezza alla condizione di
sposa. Nelle tavolette votive rinvenute in questa zona, la Sirena diviene,
nell'interpretazione offerta dall'autrice, personificazione della futura sposa
nella fase liminale in cui si trova subito prima delle nozze: è uscita da casa,
ma non è ancora sposa e madre. Similmente a Sparta le Sirene sono riprodotte su
oggetti legati al santuario di Orthia (divinità arcaica che più tardi sarà
identificata con Artemide), in cui i ragazzi e le ragazze spartani erano
sottoposti a un complesso sistema educativo e rituale che li faceva entrare
nell'età adulta. Anche in questo caso la Mancini interpreta la figura quale
simbolo, in particolare, della vergine e della forza vitale arcana che la
connota. Le Sirene sono dunque esseri ambigui, come ambigua è la condizione
della parthenos, percepita dalla società circostante come «forza
destabilizzante», a causa della sua carica erotica non ancora sottoposta al
vincolo matrimoniale.
La terza parte del libro, come si diceva, è dedicata all'acqua
(La Sirena e l'acqua): a questo elemento sono legate le Ninfe, altre
figure mitologiche che, come già le Muse e le Incantatrici, presentano tratti
analoghi alle Sirene. Nel ripercorrere miti e temi attestati nelle
raffigurazioni ceramiche, l'autrice approfondisce il tema della nascita delle
Sirene dall'unione della terra con il fiume Acheloo: le Sirene - contrariamente
a quanto viene rappresentato dal repertorio iconografico moderno, che ha le sue
radici nella tarda antichità e nel medioevo durante i quali questi
daimones acquistano la coda di pesce delle mermaid nordiche - non
amano l'acqua del mare, bensì quella di sorgenti e fiumi, acque il cui suono per
gli antichi era collegato, di nuovo, all'idromanzia e all'oracolo. Il
gorgogliare dei torrenti ci riporta così al ronzio delle api delfiche e al suono
delle ruote magiche, mentre il collegamento con le Ninfe richiama, ancora, il
tema delle fanciulle vergini.
Dopo un capitolo di carattere comparatistico (Racconti di
acque, fantasmi e streghe) - in cui l'autrice considera caratteristiche
comuni a Sirene e altre figure mitologiche quali streghe o fantasmi presenti in
diversi ambiti geografici e storico-culturali, sempre comunque "apparentati" con
l'antichità greca - la Mancini sottolinea come la vicinanza con l'acqua, accanto
all'ibridismo e all'incertezza del loro statuto sessuale (simile a quello delle
fanciulle vergini), sia collegato alla natura liminare di tali creature.
Le Sirene analizzate in chiave storico-antropologica dalla Mancini
dicono molto a proposito della condizione femminile nell'età antica:
prostituzione sacra, riti matrimoniali, riti di passaggio dalla condizione di
fanciulla a quella di sposa, sacerdozio femminile, vengono ben delineati
attraverso la discussione puntuale delle fonti antiche sulle figure mitologiche
al centro del saggio. L'ambiguità della natura femminile, vista naturalmente
attraverso la lente di una società maschilista, si traduce nell'ambiguità e nel
polimorfismo delle Sirene che attraverso i secoli si trasformano da donne
uccello a donne pesce, incarnando sempre gli aspetti della natura femminile più
problematici e perturbanti. Ma c'è un altro ambito, meno ovvio, che questa
ricerca illumina attraverso l'analisi della figura delle Sirene, ed è quello del
rapporto tra gli antichi e la natura che li circondava. Ogni fenomeno naturale,
oltre ad essere un segno cui dare un significato, aveva un profondo impatto
sull'emotività degli uomini, come ben riassunto nella definizione di Sirena
fornita dall'autrice in conclusione del saggio (p. 234): «la Sirena può essere
definita un demone ornitomorfo ., specializzato nelle manifestazioni psichiche
irrazionali legate ai suoni che la natura spontaneamente produce. Questa Sirena
al grado zero è alla base delle varie Sirene che, nel corso dei secoli,
assumeranno i panni di musicanti, lamentatrici, iniziatrici di giovani spose, o
quelli mistico-filosofici di custodi del Paradiso».
Omero, Odissea, XII. 39-54; 158-194
Alle Sirene prima verrai, che gli uomini
stregano tutti, chi le avvicina.
Chi ignaro approda e ascolta la voce (phtongon)
delle Sirene, mai più la sposa e i piccoli figli,
tornato a casa, festosi l’attorniano,
ma le Sirene col canto armonioso lo stregano,
sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri
umani marcenti; sull’ossa le carni si disfano.
Ma fuggi e tura gli orecchi ai compagni,
cera sciogliendo profumo di miele, perché nessuno di loro
le senta: tu, invece, se ti piacesse ascoltare,
fatti legare nell’agile nave i piedi e le mani
ritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde ti attacchino,
sicché tu goda (terpomenos) ascoltando la voce delle Sirene.
Ma se pregassi i compagni, se imponessi di scioglierti,
essi con nodi più numerosi ti stringano.
«Delle Sirene dal canto divino per prima cosa ordinava
che fuggissimo e voce (phtongos) e prato fiorito.
A me solo ordinava d’udire quel canto; ma voi con legami
Strettissimi dovete legarmi, perché io resti fermo,
in piedi sulla scarpa dell’albero, a questo le corde m’attacchino .
E se vi pregassi, se v’ordinassi di sciogliermi,
voi con nodi più numerosi stringetemi!»
Così, le cose a una a una dicendo ai compagni, parlavo.
Intanto rapidamente giunse la nave ben fatta
all’isola delle Sirene, ché la spingeva buon vento.
Ed ecco a un tratto il vento cessò; e bonaccia
fu, senza fiati: addormentò l’onde un dio.
Balzati in piedi i compagni la vela raccolsero,
e in fondo alla nave la posero; quindi agli scalmi
seduti, imbiancavano l’acqua con gli abeti politi.
Ma una gran ruota di cera col bronzo affilato
io tagliavo a pezzetti, li schiacciavo tra le mani gagliarde.
In fretta s’ammorbidiva la cera, ché la premeva gran forza
e la vampa del sole, del sire Iperone;
così, in fila, gli orecchi a tutti i compagni turai.
Essi poi nella nave legarono me mani e piedi,
dritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde fissarono.
Quindi, seduti, battevano il mare schiumoso coi remi.
Ma come fummo lontani, quanto s’arriva col grido,
correndo in fretta, alle Sirene non sfuggì l’agile nave
che s’accostava: e un armonioso canto intonarono.
«Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,
ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia (terpsamenos) riparte, e conoscendo più cose.
Noi tutto sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia
Argivi e Teucri partirono per volere dei numi;
tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice».
Così dicevano alzando la voce bellissima, e allora il mio cuore
voleva sentire, e imponevo ai compagni di sciogliermi,
coi sopraccigli accennando; ma essi a corpo perduto remavano.
FABBRICHE LUCIDE
SPAZIO ARTE Via Li Rii
Minori 9 (07026)