 Vi sono registi dei quali è impossibile parlare, per cercare di capirne le
opere, senza conoscerne la vicenda umana. Probabilmente Pier Paolo Pasolini è
quello a cui meglio si addice questa affermazione. Artista versatile, dallo
sguardo sempre critico ed attento, nonché uomo di profondissima cultura,
sensibilità ed impegno politico e civile, Pasolini è giustamente considerato uno
dei maggiori intellettuali italiani del secolo scorso. Una figura di spicco
della nostra cultura, che ha sempre guardato molto lontano con le sue opere e la
sua estetica, al punto che, ancora oggi, a più di 30 anni dalla sua tragica e
misteriosa morte, non tutto è stato completamente compreso e recepito del suo
pensiero. Personaggio scomodo e controverso, che ha sempre diviso la
critica per il suo essere, al tempo stesso, ardito, radicale, libero e poetico a
livelli sublimi. Tantissimi gli aggettivi che si potrebbero utilizzare per
descrivere il Pasolini uomo ed artista: scrittore, poeta, filosofo, marxista,
geniale, ateo, regista, attore, omosessuale, e si potrebbe continuare a lungo.
Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito della vita di Pasolini è che, spesso,
il suo pensiero ed il suo “essere contro” fu oggetto di critiche e di polemiche
accese sia da parte della destra borghese reazionaria che della sinistra
estrema, la sua ideale corrente politica, o moderata: si pensi, ad esempio, alle
sue spiazzanti dichiarazioni in merito agli scontri di Valle Giulia, avvenuti a
Roma il 1 marzo 1968.
Lungi da me voler mettere a fuoco Pasolini in
queste poche righe, credo però che sia importante conoscere, almeno
sommariamente, alcuni aspetti della sua personalità, per meglio capirne le
opere, in questo caso lo splendido capolavoro che è “Il Vangelo secondo Matteo”.
Secondo il mio giudizio esso è, di gran lunga, il miglior film di Pasolini ed il
miglior film mai girato sulla vita e le opere di Cristo, quello in cui il
regista bolognese riesce a bilanciare meglio che in qualunque altro i suoi
stilemi quali: capacità lirica, visionarietà poetica, rigore laico, arguta
riflessione sociologica e politica, oltre che il suo innato approccio viscerale
all’arte ed alla vita.
Pasolini “scoprì” il Vangelo per la prima volta
nel 1942 e lo rilesse poi più approfonditamente nel 1962 ad Assisi, in occasione
di una sua visita nella città umbra durante la quale voleva incontrare Papa
Giovanni XXIII, da lui molto stimato. Nonostante il suo essere marxista e non
credente, Pasolini rimase molto affascinato, per sua stessa esplicita
ammissione, dai testi sacri e, in particolare, dalla carismatica e
rivoluzionaria figura di Gesù Cristo. In molte interviste egli parla con enorme
ammirazione e dolcezza della “bellezza morale”, della “rivoluzionaria forza
interiore” del Cristo e di come la sua eroica parabola terrena diventi
un’altissima metafora del concetto stesso di divinità in modo purissimo, ben al
di là di ogni possibile, e limitante, credo teologico. Pasolini era
assolutamente rapito ed ammaliato dalla figura di Cristo, dall’enorme portata
etica della sua opera, della sua vita e della sua morte e decise, contro tutto e
tutti, di fare un film sul Vangelo. Bisogna infatti ricordare che la Chiesa
aveva spesso bandito e censurato il regista poeta, accusandolo di blasfemia ed
offesa alla religione di stato, specialmente a causa del controverso e
visionario episodio “La ricotta”, inserito nel film “Ro.Go.Pa.G.” (1963). “La
ricotta” è una coraggiosa e surreale parodia della Passione di Cristo, in cui
Pasolini mescola abilmente sacro e profano, politica e religione, utilizzando in
modo ardito la sua poetica degli umili e le sue ambientazioni da neorealismo di
borgata per “rivisitare”, con un film nel film, le ultime ore della vita di
Gesù. Utilizza addirittura come protagonista il mito Orson Welles, che fa la
parte del regista e che esprime il Pasolini pensiero sulla politica e sulla
società del tempo. Assolutamente memorabile, al riguardo, la sua definizione di
Federico Fellini, detta per bocca di Welles: “egli danza…”. Nonostante alcune
sequenze geniali e visionarie, stilisticamente pregevoli e visivamente
elegantissime (le due deposizioni del Cristo crocifisso che ricalcano
pedissequamente i dipinti di Rosso Fiorentino e del Pontormo), nonostante le
moltissime citazioni finissime e coltissime, gli ossimori utilizzati erano, e
forse ancora sono, davvero troppo per il moralismo bigotto di quei tempi. Il
Cristo volgare e ruspante de “La ricotta”, insieme ad alcuni concetti espressi
per bocca del divo Welles, suscitarono le ire e gli strali della Chiesa e molte
furono le persecuzioni censorie verso il film e verso Pasolini, che, alla fine,
si vide costretto a modificarne alcune parti. E’ facile dunque capire quali e
quante perplessità furono suscitate dalla decisione del regista di realizzare un
film sul Vangelo, appena un anno dopo il terremoto ideologico provocato da “La
ricotta”.
Eppure, il “miracolo” riesce: Pasolini sceglie scientemente il
più “laico” dei quattro Vangeli, quello di Matteo, dove meglio traspare il lato
umano del Cristo, il suo essere persino, a volte, severo e combattivo, altre
volte cupo, sconsolato e quasi avvinto dall’enorme peso del suo destino. Il
Vangelo di Matteo presenta, maggiormente rispetto agli altri, una struttura
fatta di quattro episodi quasi a se stanti, con balzi temporali ed ellissi nella
narrazione e Pasolini si rifà ad esso rigorosamente, fedelmente ed in modo
pressoché assoluto. In realtà, alcune piccole differenze sono riscontrabili
soprattutto nella dilatazione di alcuni episodi da parte del regista, in
particolare per mettere in risalto, con estrema efficacia e delicata poesia, il
dramma umano ed interiore di alcuni personaggi quali Maria, Pietro o Giuda. Ma
questi “peccati veniali”, commessi in nome del lirismo pasoliniano, nulla
tolgono alla fedeltà testo-film, anzi migliorano il senso artistico dell’opera,
regalandoci momenti intensi, struggenti e sublimi. In particolare la sequenza
del tradimento di Simon Pietro è un momento di grandissimo cinema e di superba
regia, con quello zoom in - zoom out eseguito con la camera a mano, a
sottolineare i diversi stati d’animo di paura, vergogna e dolore.
Il
“miracolo” riesce, dicevamo, e così un marxista, un non credente, boicottato
dalla Chiesa e dalla morale borghese riesce nell’impresa di raccontare, con
sguardo laico e stile asciutto, la storia di Gesù Cristo, raggiungendo vette di
altissima poesia e di sublime misticismo come mai più nella sua carriera, pur
non rinunciando ai contenuti a sfondo politico e sociale, qui però elevati su
una dimensione ascetica ed universale. In tal senso, questo “miracolo” è figlio
dei suoi tempi: tempi in cui si avvia il dialogo e la distensione tra la
sinistra e la religione cattolica, anche grazie ad insigni figure come papa
Giovanni XXIII o Aldo Moro. Dialogo che, più in avanti, culminerà con il
“compromesso storico” ed il primo governo a partecipazione di sinistra. E, non a
caso, il film di Pasolini è dedicato al “papa buono”. Ecco, come premesso in
avvio, che vita ed arte, contesto storico-sociale ed opera cinematografica, per
Pasolini più che per chiunque altro, si intersecano, si influenzano e si
confondono in una sinergia di intenti e di ambizioni.
Dopo avere
effettuato alcuni sopralluoghi in Palestina, cioè nei veri luoghi della vita del
Cristo, Pasolini si convince, anche per motivi di budget, di girare il film a
Matera, nel Meridione d’Italia, e ricorre, coerentemente alla sua estetica, ad
attori non professionisti, sconosciuti e comparse prese in loco: contadini dal
volto fiero e segnato da una vita rude e faticosa. La splendida fotografia in
bianco e nero di Tonino Delli Colli e le superbe musiche di Luis Bacalov,
mescolate a classici come Bach e Mozart, si aggiungono a magnificare il tutto,
dando vita ad un capolavoro di rara bellezza. Per la cruciale scelta del
personaggio principale, il regista si affidò, coraggiosamente, al giovane
studente spagnolo Enrique Irazoqui, conosciuto quasi per caso perché questi
stava scrivendo una tesi sulle poesie di Pier Paolo Pasolini. I tratti somatici
spigolosi e poco “cristologici” del giovane catalano, tra l’altro doppiato
dall’ottimo Enrico Maria Salerno, ci regalano un Cristo atipico già
nell’aspetto, un Cristo pensoso e scuro in volto, raramente angelico, più
medievale che prossimo alla tranquillizzante iconografia rinascimentale, alla
quale siamo più abituati. Lo stile registico è rigoroso, c’è un notevole
utilizzo della camera a mano che regala al tutto un estremo realismo. Vi sono
frequenti passaggi dai campi lunghi ai primi piani, i quali rimarcano così sia
lo spirito epico che gli stati d’animo dei personaggi, ed anche l’utilizzo del
montaggio è spesso geniale e visionario: specialmente nel meraviglioso “Discorso
della Montagna” dove si alternano le zoomate sul volto di Cristo, le parabole e
le immagini simboliche. Il contrasto tra il Pasolini laico e non credente ed il
Pasolini “innamorato” di Cristo, è il motivo trainante su cui si basa la
pellicola e da cui nascono la sua carica emotiva e la sua incredibile tensione
spirituale. E quando queste due forze antitetiche raggiungono un equilibrio si
hanno i momenti più elevati, profondi e poetici del cinema di Pasolini. La forza
del Cristo di Pasolini è nella parola più che nelle azioni, parole a volte
sussurrate a volte urlate con forza, a sottolineare la sua carica umana ed il
suo carisma.
Una cosa che colpisce molto nel film è la posizione morale
di Pasolini rispetto alla storia che sta raccontando, posizione che poi si
traduce nella bellissima estetica che vediamo sullo schermo. Egli si accosta al
Cristo, nonostante il suo ateismo, con profondo rispetto, con un candore ed una
“pudicizia” etica ed intellettuale che non può non sbalordire. Questo è evidente
non solo nelle scene di più profonda empatia e partecipazione emotiva - il
Discorso della Montagna, il Getsemani, la Deposizione - ma soprattutto nelle
scene in cui il regista sceglie di restare in disparte: si pensi al modo di
riprendere il processo, ovvero dal punto di vista di Simon Pietro, o la Via
Crucis, con camera a mano e dal punto di vista della folla. Questo distacco
nasce da un senso di profondissimo rispetto che oserei definire pudico: Pasolini
sceglie di non essere né di fronte né di fianco a Cristo nei momenti più
terribili della sua vita terrena, ma resta distante restando fedele al suo
concetto di cinema verità con uno stile quasi documentaristico; restando tra le
gente, uomo tra gli uomini, evidenziando, altresì, l’impossibilità umana di
capire e compenetrare più di tanto il divino e lo spirituale. L’amore è la
miglior forma di compenetrazione possibile e Pasolini dimostra di amare la
figura del Cristo, di un amore fatto di dolcissimo candore. Egli stesso dichiarò
in un’intervista: “Forse è perché sono così poco cattolico che ho potuto amare
tanto il vangelo e farne un film”.
Un altro aspetto da evidenziare è
l’atmosfera: la fusione tra i toni ruvidi della fotografia, le musiche,
autentiche protagoniste di moltissime scene, e le immagini, spesso fortemente
ispirate, come già avvenuto ne “La ricotta” ad opere pittoriche, ci regala un
mondo selvaggio, seminale, quasi preistorico, ma pregno di senso epico e
mistico. L’utilizzo delle musiche avviene in modo estremamente eterogeneo ed a
volte quasi “ardito”: infatti, in alcune sequenze, la musica sembra in distonia
rispetto alle immagini, sempre in accordo all’utilizzo coltissimo degli ossimori
o per aumentare la carica espressiva della scena. “Il Vangelo secondo Matteo” è
il settimo film di Pasolini e non è solamente il suo film più bello, ma anche il
più importante, perché segna il passaggio dal “cinema di borgata” al “cinema di
poesia”. Da segnalare, inoltre, l’esplicita comparsa del “senso della morte”,
che accompagna un po’ tutta la produzione artistica pasoliniana e che troverà il
suo estremo e nefasto compimento nel suo ultimo film: “Salò o le 120 giornate di
Sodoma”.
La pellicola fu giudicata in modo diverso e suscitò reazioni
come sempre contrastanti per il cinema di Pasolini: molti critici di sinistra
vollero rimarcarne soprattutto l’aspetto umano ed il contenuto “politico” e
marxista dove Cristo inteso come figura rivoluzionaria che si dà alle folle per
poi portarle nella storia. Molti benpensanti e molti critici di destra
criticarono invece il film, sicuramente con un atteggiamento di prevenzione nei
confronti dell’autore ma non mancarono critiche anche da certe parti della
sinistra. La Chiesa dimostrò invece il suo apprezzamento, addirittura premiando
il film. Tutti però riconobbero l’estrema fedeltà al testo evangelico di Matteo.
Mi permetto di consigliare questo capolavoro della nostra cinematografia a
quanti non lo avessero ancora visto. E’ un film sublime, lontanissimo dagli
stereotipi edulcorati di altri kolossal dedicati a Gesù Cristo ed è
l’espressione più alta dell’arte e del talento di uno dei maggiori intellettuali
vissuti nel nostro paese.
Andrea Claudio Galluzzo
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