 L’immagine che abbiamo di una città spesso è quella che ha inventato un artista. La Parigi di Monet o di Picasso, la Berlino filmata da Fritz Lang, la New York gloomy del cinema noir anni ’40 o quella intellettuale dei film di Woody Allen. Palermo è nota per un immaginario da telegiornale, ma andrebbe riscoperta indagando tra gli architetti che l’hanno reinventata nell’Ottocento. Basterebbe seguire le linee progettuali dei Basile, con il padre Filippo e il noto figlio Ernesto, entrambi impegnati, alla fine del XIX secolo, nel controverso progetto del Teatro Massimo.Ancora oggi quel teatro è il vero luogo d’identità di Palermo. Eclettismo ostentato e trionfante con i lampadari di Venezia belli quanto quelli contemporanei newyorkesi di Tiffany.
Un salto diretto, quasi senza fermate intermedie, nella Belle Epoque. Un altro architetto, il napoletano Damiano Almeyda, andava nel frattempo realizzando, in chiave neoclassica, un altro teatro, il Politeama. I due teatri hanno cambiato la città e anche la visione del suo destino pubblico. Almeyda è inoltre l’artefice dell’Archivio Comunale, una vera e propria macchina architettonica, uno straordinario compendio di modernità stilistiche dalle stupefacenti potenzialità tecniche. Grazie alle committenze che gli provenivano dagli imprenditori di maggior successo della città, i Florio, nel primo Novecento anche Ernesto Basile rispondeva con gesti di assoluta avanguardia. Personalità cosmopolita e polivalente quella di Basile, che assimilò le migliori lezioni dell’art nouveau, sublimando le tradizioni siciliane fino alle fantasie geometriche di stampo viennese. L’intervento sulla città avrà un’altra fase ancora più inattesa e geniale, con Carlo Scarpa, architetto veneziano, anche lui sensibile alle tentazioni viennesi. Nei suoi principali lavori tutto appare semplice, domestico, ma al tempo stesso ricercatissimo. Un raffinato dialogo tra il preesistente e i nuovi inserimenti. Scarpa sperimenta il suo nuovo linguaggio a Palermo con il restauro di Palazzo Abatellis, tra finestre gotiche e volumetrie cubiste. Anche a Palazzo Steri la lezione scarpiana si ritrova nel gioco di assonanze e dissonanze, tra la colonna antica e il muro di cemento grezzo assolutamente attuale, in un geniale duetto di equilibrio e squilibrio. Per sperimentare come un intervento possa davvero cambiare una città fino a modificarne la percezione, la sua stessa storia, l’Università di Palermo e Philippe Daverio hanno organizzato una festa aperta alla città. Lo scopo è presentare un percorso urbanistico diverso, e la documentazione di questa festa mostra una Palermo del tutto inattesa, ben oltre l’effimero dell’evento. Una fotografia di una città che si rianima riappropriandosi della sua cultura, dei suoi teatri, delle bellezze estetiche e delle sperimentazioni. Una Palermo che si osserva compiaciuta nelle sue esotiche stravaganze della Palazzina Cinese; una Palermo dove le rovine barocche del Palazzo Bonagia diventano limpidissime scenografie contemporanee e gli interni misteriosi del passato tendono a rinnovarsi nelle ardite sperimentazioni di Palazzo Branciforte. Una città, dove il Palazzo delle Poste può assumere il ruolo di un incredibile tempio del XX secolo. Una Palermo dove accanto a La Cuba, gli studenti dell’Università in frac fanno ballare le cubiste. Philippe Daverio Fonte: http://www.galluzzo.it
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