 L’arte moderna nasce facendo tabula rasa di tutti gli stili e di tutte le mode precedenti. Per oltre mezzo secolo abbiamo sentito lodi iperboliche. L’architettura come arte fa parte a sé. Come noto l’architettura non possiamo far finta di non vederla se non ci piace. Siamo costretti a sopportarla. L’architettura moderna si è staccata dalle altre arti. Gillo Dorfles, in un libro del 1972: «L’architettura moderna» (Garzanti) dice: «la frattura tra l’architettura del passato e quella del presente è molto più profonda di quanto non lo sia per la musica, la pittura, la poesia. I rapporti tra le arti visive: architettura, pittura, scultura, furono sempre intimi, addirittura fraterni, per il passato, fu quasi impossibile distinguere dove principiasse una e finisse l’altra».
I teorici dell’architettura moderna hanno cosparso il dibattito di affermazioni presentate come non bisognevoli di dimostrazione, ma si tratta di affermazioni per lo più false. Per sancire l’irreversibilità della strada iniziata essi dissero: l’arte e gli stili sono irripetibili e non è possibile far rinascere forme artisticamente ormai concluse. Questa è una delle affermazioni indubbiamente false. L’architettura romana ha largamente ripreso motivi dall’architettura greca. Il Rinascimento è sorto sulla copiatura di motivi strutturali ed ornamentali tratti da monumenti romani. Il Neoclassico è sorto ispirandosi alle forme dell’architettura greca. Nella storia dell’architettura abbiamo periodi di innovazioni radicali e periodi di ritorno e recupero di stili passati. I periodi di reale innovazione sono determinati da grandi innovazioni nel pensiero. Così avvenne per l’architettura cristiana, soprattutto con il gotico. L’architettura moderna crede di aver creato stili totalmente nuovi e fuori dal tempo perché animati da uno spirito definitivo. L’Illuminismo, con la conseguente eclisse del cristianesimo, in architettura non adottò il razionalismo, o un indirizzo che seguisse la scienza, ma cercò simboli molto indietro nella storia, nell’architettura greca. Il richiamo tardivo alla razionalità e quindi ai principi dell’Illuminismo è stato posto a fondamento dell’architettura moderna, che sarebbe meglio definibile come un grande falso postumo. Ma tutti gli argomenti, per lo più falsi od inconsistenti, sono stati utilizzati, mentre agli oppositori dell’architettura moderna veniva tolto il diritto di parola. Oggi esiste indubbiamente una rivolta contro questa architettura ed è quindi difficile mantenere in silenzio le voci di dissenso. La frattura tra l’architettura e le altre arti visive è iniziata a metà dell’ottocento, quando è sorta la civiltà delle macchine e quando il potere fondato sull’industria meccanizzata ha impresso una nuova dimensione alla vita delle città, che hanno progressivamente perduto i connotati di ambiente per l’uomo. La macchina entrava nella produzione di beni e di servizi. L’effetto immediato si ebbe con i mezzi di trasporto pubblici, con la ferrovia e con le navi a vapore. Poi è arrivata la rivoluzione imposta dai mezzi privati: l’automobile. Alcuni si sono sentiti investiti del compito di assegnare una dimensione artistica ad una trasformazione che in realtà era ed è esclusivamente utilitaristica e rivolta a massimizzare il profitto basato sulla produzione di beni materiali a basso costo, mentre veniva azzerata la produzione di simboli e di sogni. E’ molto sospetta tanta esplosione di una nuova arte architettonica, che coincide perfettamente con i desideri dei grandi costruttori di case e di quartieri. L’esplosione delle attività industriali richiese la presenza di grandi masse di operai. Era necessario costruire quartieri per ospitare centinaia di migliaia di persone in pochi anni. Nelle grandi zone industriali non si potevano certamente accettare vecchi o nuovi stili architettonici. Era necessaria un’architettura assolutamente spoglia, che infatti venne trovata nello spirito della nuova architettura, quella che appariva come parto miracoloso della Bauhaus. Chi sollevava qualche timida critica, nel nome della scienza veniva sommerso con la qualifica di retrogrado e di nemico del progresso e della vera arte. Anche la critica dell’arte fa ampio ricorso a varie scienze ed essa stessa si autodefinisce una scienza. Questo sbocciare dell’adorazione della ragione nell’arte ha giustificato l’astrattismo, ma è un falso postumo. E’ un falso perché l’arte moderna, in particolare l’architettura, non si ispira alla ragione, come ostentatamente dichiara, ma utilizza questa dichiarata devozione per costituirsi come arte definitiva, dalla quale non si potrà mai più uscire. Con ciò l’architettura sembra accostarsi alla fisica quantistica. Falso postumo perché l’adorazione della ragione e della razionalità sboccia con un ritardo di oltre un secolo rispetto a quando quell’adorazione comparve con l’Illuminismo. Anzi ci fu per tutto l’ottocento un fiorire di movimenti che si rifacevano ad epoche lontane. Per reazione al neoclassico dell’epoca napoleonica e dintorni, nacque il desiderio di tornare al Medioevo, desiderio che si tradusse concretamente in costruzioni che, scimmiottando, cercavano di creare un Medioevo immaginario, un po’ più ordinato e pulito di quello reale. Il Romanticismo tradusse questo desiderio in tutte le arti, con una corrispondenza in correnti filosofiche e persino nei ripensamenti della Chiesa verso un utopico medioevo. Quindi l’Illuminismo in realtà generò nell’arte una fuga dal culto della razionalità. Bisogna arrivare agli inizi del XX secolo perché venisse artificialmente e tardivamente creata, soprattutto nell’architettura, l’arte ispirata alla ragione (la Bauhaus); un vero falso postumo, un’autentica trappola alla quale era sfuggita la corrente futuristica, che, con una adesione esclusivamente emotiva, faceva della tecnica e del trionfo delle macchine (ma non della ragione) la sua bandiera. L’attuale forma di venerazione per l’architettura «moderna» in un Paese come l’Italia, che dimentica la tecnica, è un controsenso ed una contraddizione. Infatti l’architettura «moderna» in Italia è vissuta come l’adorazione verso un potere soprannaturale, che non è lecito cri-ticare, che non ha legami con nulla di umano e di caduco. Il suo valore è fuori dal tempo e si eclissa momentaneamente quando i materiali di un certo edificio invecchiano. Allora perde il suo smalto e tutto il suo valore, che risiede in una sorta di eternità del presente. Allora diventa un cumulo di materiali da gettare nella discarica, mentre al suo posto compare l’architettura del presente, tronfia, assoluta, indiscutibile, inoppugnabile. Si rifiuta l’esistenza di un edificio moderno invecchiato. Deve essere demolito. Esemplare è la vicenda delle Torri Gemelle, che erano viste come un esempio insuperato di modernità e bellezza. Dopo il crollo le macerie sono state rimosse con la massima celerità possibile, senza neppure essere esaminate; l’acciaio recuperabile è stato spedito in India. Subito si è aperta la corsa a sostituire le Torri con un’altra struttura più «moderna». Ben diverso è stato il rapporto che gli italiani hanno avuto con la loro architettura sino alla seconda guerra mondiale, quando le forme architettoniche erano ancora vissute e sentite come la materializzazione diretta del pensiero e di un’idea di bellezza. Dopo l’unità d’Italia il pensiero dominante si fondava sul progresso della tecnica, ma rispettava il confine tra tecnica ed arte. L’origine di questo atteggiamento si può vedere già nel Rinascimento. La cupola del Brunelleschi per il duomo di Firenze fu un prodigio della tecnica oltre che una splendida opera d’arte. Dopo l’unità abbiamo costruito seguendo ed anticipando tutte le tendenze. Abbiamo completato i moltissimi monumenti rinascimentali, ereditati incompiuti, seguendo l’idea di poter tornare nello spirito del Medioevo e del Rinascimento. Abbiamo vissuto il periodo dell’architettura fascista, che, nonostante l’epurazione, ha lasciato alcuni splendidi edifici. L’architettura di oggi in Italia vuole solo stupire ed intimorire, non vuole la partecipazione né razionale, né emotiva per le forme e per la tecnica che incorpora e che accuratamente nasconde e camuffa. Tuttavia persino la «contemplazione» delle attuali opere non è gradita. Oggi il dibattito sulla scelta dei progetti è negato e condannato come polemica sterile. Tutto è affidato a sedicenti esperti, che spesso hanno anche il compito di regolare il flusso delle tangenti. Resta la necessità di sciogliere una contraddizione: come si può contemperare l’adorazione per l’architettura «moderna» ed insieme ignorare la tecnica e la stessa «ragione» che dovrebbero esserne l’anima? La risposta sembra essere nel trasformare la tecnica in un mito lontano, irraggiungibile, una sorta di divinità generosa ed insieme un po’ crudele, che richiede un tributo pesante da pagare in denaro con la rinuncia a molte libertà, in altre parole con un buon grado di sottomissione. Fatto questo passo si spezza il legame tra il pensiero dominante e l’architettura moderna, che non può più essere alimentata da motivazioni ideologiche appena più ampie di quelle fondate sulla necessità di costruire volumi abitabili. Quindi l’architettura diventa un feticcio intoccabile, un valore in sé, privo anche di riferimenti collegati al comune modo di sentire. L’ultimo passo viene compiuto ora, affidando direttamente la progettazione dei nostri edifici di prestigio ad architetti americani, provenienti da una scuola che certamente non ha dato grandi prove, almeno se guardiamo il rapido crollo delle già citate Torri Gemelle, le cui manchevolezze strutturali sono state a posteriori ampiamente documentate dagli stessi americani. In Italia si era conservata l’arte di costruire anche nei periodi più difficili, sotto la dominazione spagnola ed austriaca. Basta citare lo Juvara, il Vanvitelli. Basta ricordare che nel 1666 Colbert fondò a Roma l’Accademia di Francia dove giovani artisti francesi si formarono a contatto con le grandi opere dei maestri italiani, mentre il Bernini nel 1665 andava a Parigi per riprogettare il Louvre e per terminarlo poi con Luigi XIV. Dagli inizi del XX secolo abbiamo avuto in Italia una eccellente scuola di ingegneria e di architettura, che ha generato grandi progettisti, attivi sino agli anni settanta, quando uscirono di scena per ragioni anagrafiche, senza poter trasmettere il loro sapere a causa del ‘68, con tutto quello che ne è seguito. Diventiamo così estranei all’edilizia che ci ospita. Questo spiega l’attuale tendenza a rivalutare l’architettura abitativa «antica»; le «case d’epoca», eventualmente rispettosamente ristrutturate, sono molto ricercate sul mercato immobiliare. Con gran dispetto degli architetti, cresce l’indifferenza, se non l’ostilità, verso il «moderno», costruito spesso ignorando le più elementari necessità della vita. Da noi, a causa della nostra sudditanza gioiosa, i critici e gli intellettuali proseguono nel venerare l’architettura feticcio, già magistralmente esaltata da Bruno Zevi. In altri Paesi, come ad esempio l’Inghilterra, si è preso atto di questo mutare dell’umore e dei gusti. La RIBA (Royal Institute of British Architects) ha proposto di assegnare il grado x agli edifici moderni per i quali si auspica la demolizione. Raffaele Giovanelli Fonte: http://www.galluzzo.it
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