Mare 0.8 nasce come un nuovo contenitore di proposte creative dando vita a un’inedita sinergia tra pittura, scultura, fotografia, installazione, design, moda e musica, allo scopo di ripensare i luoghi dell’arte. Ad ospitare la mostra Mare 0.8 è infatti un’ambientazione speciale: una casa per le vacanze trasformata in una grande nave con 24 artisti a bordo che raccontano il mare e i suoi miti contemporanei. Mare 0.8 inaugura inoltre una serie di serate speciali dedicate a interventi multidisciplinari che indagano il mare e le sue rappresentazioni da diverse prospettive. Sabato 2 agosto ha avuto luogo una conversazione con Loredana Mancini sul tema “Storie di sirene, un racconto tra mito e iconografia”. Loredana Mancini è archeologa e antropologa del mondo antico; nel 2005 ha pubblicato per la casa editrice Il Mulino il saggio “Il rovinoso incanto. Storie di sirene antiche”.
Una delle iniziative più interessanti e originali dell’estate,
prorogata fino al 30 agosto, ha come scenario una casa per le vacanze a
Murta Maria, via Li Rii Minori 9, trasformata in una grande nave con
ventiquattro artisti a bordo che raccontano il mare e i suoi miti.
L'immensa distesa blu è il tema centrale della prima edizione di Mare
0.8, la collettiva organizzata da Fabbriche Lucide Spazio Arte,
inaugurata lo scorso 20 luglio su iniziativa dell'architetto sardo
Gianni Crobe e della scenografa danese Sara Bachmann.
Architetti e
artisti provenienti dalla Sardegna, dalla penisola e dall'estero si
confrontano su un tema comune ed universale che ha affascinato
viaggiatori e poeti. Mare 0.8 si propone come incontro fra artisti di
diversa provenienza geografica e formazione dando vita a un’inedita
sinergia tra pittura, scultura, fotografia, installazione, design, moda
e musica, allo scopo di ripensare i luoghi dell’arte.
Architetti e artisti provenienti dalla Sardegna, dalla penisola e dall'estero si confrontano su un tema comune ed universale che ha affascinato viaggiatori e poeti. Ad ospitare l'evento sarà una location speciale, una casa per le vacanze trasformata in una grande nave con ventiquattro artisti a bordo che racconteranno il mare e i suoi miti contemporanei. Apertura prevista tutti i giorni con orario 19-24. Ingresso libero. Autori: Sara Bachmann, Agata Carbini, Patrizia Cau, Mario Cocco, Salvatore Coradduzza, Cristiano Cossu, Pinuccio Derosas, Nicola Filia, Paolo Loi, Helene Longfils, Alessandra Mancini, Maria Giovanna Manunta, Salvatore Masala, Mattia Mazzone, Katia Murrighile, Armida Pupa Nardi, Lucilla Occhioni, Antonella Pacifico, Eugenia Pinna, Gabriele Porcellana, Massimiliano Pruneti, Fabio Savino, Antonino Soddu Pirellas, Marco Zamburru. Per tutti vale l'inclusione nel genere di arte contemporanea e collettiva.
Mea culpa! Devo confessare che non ero sopravvissuto al primo ascolto di "Come togheter" nella versione di Spinetti e Magoni. La palpebra pesa, lo sbadiglio assordante, il rischio del ridicolo dietro gli "shht-tu-da-dadu-dum" con cui la Magoni sostituiva l'intera orchestrazione dei Beatles tranne il basso di McCartney mi avevano spinto a tirare lungo sul prosieguo dei brani di questo doppio cd. Un'ora e mezza di musica affidata solo a contrabbasso e voce! Anche se il secondo cd ha un'ospite a brano. Insomma, il primo è "musica nuda" e il secondo "in deshabillè". Se poi consideriamo che lo stesso effetto noia me l'aveva causato il primo volume, si può comprendere il gesto di riporre il disco nel cestino delle inutilità. Devo quindi ringraziare la Targa Tenco conquistata dal disco che mi ha spinto a riprenderlo in mano, a schiacciare subito fast forward per saltare "Come togheter", messo incomprensibilmente come primo brano e ad affrontare l'ardua materia.
Il duo Petra Magoni e Ferruccio Spinetti nasce quasi per gioco nel 2003. Lei è una cantante con alle spalle studi di canto classico e musica antica e varie esperienze nel rock, nel pop e nel jazz, lui il contrabbassista degli Avion Travel e "Musica Nuda" è il titolo che danno al loro progetto di voce e contrabbasso. Canzoni diverse: da Monteverdi, agli standard del jazz, ai Beatles, ai Police, a Gigliola Cinquetti, ridotte all'essenzialità di una voce e uno strumento, canzoni in cui ci sia sempre qualcosa da poter immaginare. Il loro primo disco, "Musica Nuda", esce nel 2004. Da allora, centinaia di concerti (organizzati da Cose di Musica) su tutto il territorio nazionale e 10.000 copie vendute , la partecipazione a due Premi Tenco e al Primo Maggio 2005, nonché la rotazione sulla radio nazionale (Caterpillar), la pubblicazione del disco in Francia dove raggiungono il disco d'oro con acclamazione della critica (le 4 clés di Télerama, il bollino Fip) e si aggiudicano la presenza per mesi nella top ten della classifica jazz. Il duo Magoni-Spinetti ha tenuto in un anno oltre 100 concerti in Italia e all'estero e nella stagione estiva 2004 ha aperto i concerti degli Avion Travel.
L'immaginazione è uno strumento musicale? Lo è sicuramente per la cantante Petra Magoni (David Riondino, Stefano Bollani, Ares Tavolazzi) e per il contrabbassista Ferruccio Spinetti (Avion Travel, Samuele Bersani, Paolo Fresu) che, con Musica Nuda, danno vita ad un esperimento a dir poco singolare: interpretare le più belle canzoni del nostro tempo esclusivamente con i loro strumenti. «Un genere "nudo", essenziale, spogliato da tutto quello che c'è in più, un genere minimalista che lascia la possibilità all'ascoltatore di immaginarsi quello che non c'è e di sentire quello che lui si immagina dal pezzo che noi eseguiamo...», come dichiara la stessa Petra Magoni. Un esperimento, quello di spogliare la musica per arrivare al nucleo delle emozioni, che va considerato riuscito in quanto i due artisti, entrambi con una lunga appartenenza al mondo della musica classica, del jazz e del pop (due Festival di Sanremo a testa), quasi a ripercorrere le tappe della propria carriera, interpretano, con grande disinvoltura e senza eccedere in inutili virtuosismi, tutti i brani.
Una cantante, una virtuosa del pentagramma vocale. Un contrabbassista, noto soprattutto per il suo “essere uno degli Avion Travel”. Insieme un progetto atipico, strano. Dar vita a una collana di musica nuda, di riletture scarne in duo, di pezzi più o meno eterni del repertorio pop-rock italiano ed internazionale. A un certo punto questo duo, al secolo Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, pubblica una stranezza ancor più strana delle precedenti: Quam dilecta, un lavoro che raccoglie undici canzoni sacre. Mache deine Gute di Bach, Ave verum di Mozart insieme a canzoni popolari e a canti sacri della chiesa di S.Nicola di Pisa, dove Petra aveva imparato a cantare prima di seguire la strada del conservatorio e poi dal jazz. Quam dilecta, uscito alcuni mesi fa, è diventato un piccolo caso musicale. Ci siamo fatti raccontare la sua genesi da Petra e Ferruccio, in procinto di scappare in Francia per una serie di concerti…
Atlanti Metafisici è un invito, e tentativo al tempo stesso, di viaggiare entro traiettorie metafisiche di un'altra mente, proprio come sfogliando le innumerevoli immagini che si susseguono sulle pagine di un atlante geografico. La mappa geografica di luoghi lontani in cui paralleli e meridiani si intersecano nel loro più ampio significato di relazione tra letteratura, filosofia, pittura, e che vedono quale primo protagonista, il padre della Metafisica. Il libro di Trione racchiude, appunto, l'intrigante percorso che De Chirico compie, attraverso tappe fatte di incontri con Nietzsche, Jung, Eisenstein, il mondo della Grecia, quello suo attuale, senza giungere mai a un totale arrivo. Più che di arrivo in lui si parla di deriva. Un viaggio interminabile che, come un Ulisse diretto verso la sua Itaca, lo porta e conduce semplicemente di fronte alla sublimità dell'opera d'arte. Le sue radici di sicuro affondano in un terreno dal sapore antico, quale quello della Grecia, fatto di misurazione, canoni prestabiliti, prospettiva ricorrente, perenne presenza del simbolo della statua che nella sua immobilità vive contesti cristallizzati di una città in continuo divenire. De Chirico "nemico degli alberi, amico della statua", come lo ebbe a definire Apollinaire, è il continuatore di una tradizione di ibridazione che nasce già nell'Ellenismo, nella Grecia, paese in cui nasce il post-moderno. La trasposizione della statua greca a Roma è appunto una forma di ibridazione, attraverso cui De Chirico atarassicamente arriva a creare una continuazione tra accecamento della statua greca e il nordismo, ed in tal maniera, quasi come un nomade nell'ambito dei trascorsi storici, porta con sè sempre nuove culture, attraverso il processo del dimenticare a memoria.
Taglia, spezza, disarticola, insomma fa a brandelli le statue classiche, da sempre principale fonte iconografica dell'antica Grecia. Chi si permette di fare questo? E’ Igor Mitoraj, nato nel 1944, che inizia a studiare pittura a Cracovia sotto la guida di Tadeusz Kantor - il grande pittore, scenografo e regista teatrale polacco - proseguendo poi gli studi a Parigi nel 1968, dove scopre il fascino delle antiche culture americane e, proprio per conoscerle direttamente, si trasferisce per un anno in Messico. Nel 1974 torna a Parigi e, dopo avere ricevuto significativi riconoscimenti nel campo della scultura, decide di dedicarsi esclusivamente a questa. Trascorre lunghi periodi a New York e in Grecia toccando così i due estremi della modernità e della classicità. Nel 1979 giunge a Pietrasanta in Toscana - il paradiso per gli scultori. Qui scopre che il marmo, la terracotta e il bronzo sono i suoi materiali e decide, nel 1983, di aprire uno studio dividendo la sua vita tra l’Italia e la Francia. Le sue sculture sono state esposte in numerose occasioni in Europa e negli Stati Uniti: la mostra all’Accademy of Art di New York nel 1989 ne ha sancito il successo internazionale. E’ quindi la classicità il referente principale di Mitoraj – che non disdegna di guardare anche alle culture dell’estremo oriente - un mito forse tramontato ma non finito, un richiamo costante per la civiltà occidentale, un indissolubile componente del nostro Dna, un elemento che anche il più sfrenato modernismo tecnologico non riesce a sradicare completamente. Non si tratta di un "rinascimento" o di uno dei vari ritorni al passato: guai a parlare di classicismo all'artista che ha espresso giudizi decisamente negativi sul principe del neoclassicismo, Antonio Canova!
La notte tra il primo e il due novembre 1975 muore, assassinato in circostanze ancora oggi poco chiare, Pier Paolo Pasolini. Il suo corpo senza vita viene ritrovato in un campo abbandonato, sul litorale romano. Giuseppe Pelosi, appena diciassettenne, confessa il delitto. Il movente sarebbe stato un approccio sessuale da parte di Pasolini, al quale Pelosi si sarebbe negato violentemente, fino ad uccidere. Ma le ombre, i sospetti e gli inquietanti retroscena di questa oscura vicenda non saranno mai chiariti. Sono passati trent’anni da quella notte.E da quella morte violenta di un uomo, un intellettuale estremamente complesso e contraddittorio che ha lasciato un segno profondo nella nostra cultura, attraverso la sua vasta produzione, discussa e scandalosa; tutt’oggi viene letto con ammirazione per la straordinaria vitalità e passione con cui ha espresso le sue idee, i suoi sogni, i suoi aspri dissensi nei confronti di una società tutta da ricostruire. Una società confusa, alla ricerca di una vera identità nel recupero dei suoi valori più profondi e che tanto si avvicina a quella in cui oggi viviamo. Qualcuno ha parlato di capacità profetiche, della preveggenza delle sue posizioni critiche nei confronti di ‘un progresso senza sviluppo’. E’ stato, senza dubbio, un intellettuale di un anticonformismo viscerale. Un intellettuale libero, che ha pagato questa libertà duramente, con l’emarginazione e la solitudine. Le tante anime di Pasolini, poeta, narratore, saggista, giornalista, critico letterario, cinematografico e teatrale, hanno convissuto in lui senza mai essere inconciliabili, ma anzi rappresentano la sua vera forza. E’ stato sempre e comunque un uomo ‘contro’. Il poeta corsaro, per i suoi interventi critici sulle pagine del Corriere della Sera, contro il mondo borghese, falso e perdente.
I problemi discussi nel saggio "Il linguaggio moderno dell'architettura" hanno destato in me un interesse crescente, anche per la sconcertante originalità con cui sono presentati. Non si tratta di virtuosismi, ma di riproposizioni dirette a rifondare concetti e definire principi rigorosi che, malgrado la loro spregiudicatezza, si collegano in modo da formare un disegno di teoria dell'architettura moderna. Mi auguro che questa teoria venga stabilizzata attraverso altri apporti che ne completino gli aspetti bisognevoli di ulteriore approfondimento. Il tema linguistico così impostato ha la lucida e penetrante finalità di una reificazione semplificatrice della gran massa di cose che si sono venute dicendo e scrivendo sull'arte, l'architettura e l'urbanistica. Si propone cioè di sgomberare il terreno dalle argomentazioni a valanga che rendono complessa la trama strutturale, quella psicologica e, da ultimo, quella politicizzante degli anni recenti, liberando la critica storico-artistica da forme ormai abusate di speculazione filosofica. Tale realismo, sostenuto da numerosi esempi quasi sempre calzanti, riesce a dare sufficiente credibilità a molti problemi storico-critici fin qui resi difficili da abili quanto astratte procedure di una metodologia scientifica con la quale la critica di oggi si muove per vie tortuose, in punta di piedi. Qui c'è la volontà di combattere la moda di complicare i ragionamenti sull'architettura, spalancando finestre chiuse di stanze semibuie ed usando un approccio antiaccademico a cui la critica attuale non è preparata. Alcuni lettori superficiali si fermano alle prime 68 pagine del saggio, cioè alla parte sintetica e provocatoria che si condensa nella proposta di sette invarianti offerte come vademecum della progettazione architettonica.
Il fuoco nel petto è un'immagine che può riassumere la vita passionale di Giangiacomo Feltrinelli esposta nel monologo di Mauro Monni. Ma questo articolo non è, o almeno non vuole essere, una semplice recensione di uno spettacolo; desidera essere un omaggio alla memoria di Giangiacomo Feltrinelli e delle vittime delle stragi di Stato, tragedie che hanno insaguinato l'Italia in una malcelata guerra civile lunga più di vent'anni. Negli anni di piombo, il dramma vero era quello di una parte d’Italia dimenticata e abbandonata a se stessa. L'Italia che Feltrinelli voleva redimere.Onore a Mauro Monni, il quale si dimostra attore di grande spessore ed autore senza timori. Prima ancora, però, Monni è un uomo che ha compreso il senso di quella vita e di quella memoria storica e civile che molti di noi, colpevolmente, trascurano. Sul frontone di uno dei più famosi teatri italiani campeggia una scritta ammonitrice: "Vano è il diletto delle scene ove non miri a preparare l'avvenire". Bisogna dire che raramente una frase assume valenze tanto forti come nel caso che stiamo trattando. Lo spettacolo in esame è "Giangiacomo Feltrinelli, una storia contro", il taglio tragico della storia è dichiarato già dal titolo stesso del monologo. Si tratta di un lavoro recentissimo e Monni ha compiuto l'esordio il 28 Gennaio 2006 al teatro Manzoni di Calenzano a Firenze. L'attualità della vicenda di Giangiacomo feltrinelli è grande ma più importanti restano i motivi di fondo che vanno oltre qualunque vincolo di tempo o di stagione teatrale, proprio come i valori morali e civili di ogni nazione democratica.