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Stefano Mammini
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 A Roma, sul Palatino, sono venuti alla luce i resti di una struttura
senza precedenti. Che, ben presto, si è candidata a offrire l'ennesima
prova delle meraviglie di cui Nerone volle circondarsi. "Precipua
coenationum rotunda, perpetuo diebus ac noctibus vice mundi
circumageretur" (Svetonio, Nero, XXXI, 2). Anche l'archeologia ha le
sue regole non scritte, prima fra tutte quella per cui le scoperte più
sorprendenti, quelle di cui si parla anche al di fuori della cerchia
degli specialisti, sono casuali. L'ultimo esempio? Il ritrovamento, sul
Palatino, di strutture che sembrano con tutta probabilità riferibili a
una delle più stravaganti creazioni realizzate a uso e consumo del
terribile Nerone. Il quale, da questa storia, esce un po'più simpatico
del solito. Ma andiamo con ordine. Nello scorso mese di giugno prendono
il via i lavori di consolidamento del fronte nord del Palatino, cioè
del versante del colle che guarda verso il tempio di Venere e Roma e la
chiesa di S. Francesca Romana. L'area è quella di una terrazza
panoramica compresa nella zona nota come Vigna Barberini, nella quale,
già in passato, archeologi del CNRS francese avevano condotto ripetute
indagini. L'intervento prevede anche l'effettuazione di uno scavo,
mirato ad accertare la natura e la consistenza delle strutture antiche
esistenti nella zona di cui si vuole migliorare la compattezza e la
solidità.
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Nick Pisa and Claire Bates
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 Archaeologists have uncovered what they believe to be the Roman emperor
Nero's fabled rotating dining room. The 'coenatio rotunda', which was
discovered in the remains of the first century Golden Palace on Rome's
Palatine Hill, is thought to be the one described by the Roman
historian Suetonius in Lives of the Caesars. He wrote: 'The chief
banqueting room was circular, and revolved perpetually night and day in
imitation of the motion of the celestial bodies.' t is in these
luxurious surroundings that Nero, surrounded by fawning admirers, would
have indulged in sexual depravity and held banquets which lasted 'from
noon till midnight'. 'All the dining rooms had ceilings of fretted
ivory, the panels of which could slide back and let a rain of flowers,
or of perfume from hidden sprinklers, fall on his guests.' The rotating
dining room had a diameter of more than 50ft and rested upon a
13ft-wide pillar and four spherical mechanisms that rotated the
structure.
The mechanism was a feat of Roman engineering, and moved thanks to the
spheres beneath the wooden floor of the room, kept in constant movement
by water being forced against them. Quite how this worked is still
being researched. Experts believe the dining room could be up to 60m
long, but have so far uncovered several supporting pillars, one 4m in
diameter, as well as a perimeter wall. Archaeologist Maria Antonietta
Tomei told how it was the circular shape of the building and the stone
spheres that led the team to believe they had found the rotating dining
room.
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Aristide Malnati
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 I fasti dell'antica Roma riemergono dagli strati archeologici della
capitale e grazie a vestigia ancora monumentali consentono agli
studiosi e agli appassionati un salto a ritroso nel tempo. Aiutati
dalla necessaria fantasia, combinando le dettagliate informazioni di
storici quali Tacito e Svetonio agli elementi archeologici riusciamo a
immaginarci, quasi a rivivere i festini licenziosi, che Nerone
(Imperatore dal 54 al 68 d. C.) offriva munifico nella famosa "domus
aurea". E il quadro a nostra disposizione si è appunto meglio precisato
grazie alla recentissima scoperta di una sala per eventi di pianta
circolare, a imitare il movimento della terra ruotando giorno e notte:
un'autentica perla dell'ingegneria classica, una rivoluzione
avveniristica ad opera dei geniali architetti dell'Urbe, Celere e
Severo, al cui genio l'Imperatore affidò l'opera. E' l'ultima 'magia' archeologica della "domus aurea", che gli scavi a
Roma hanno restituito grazie al lavoro di sterro, certosino e
sistematico, di un'équipe italo-francese, coordinata da Maria
Antonietta Tomei, Direttrice dell'area del Palatino, e dagli archeologi
Antonella Tomasello e Françoise Villedieu. Nell'area della cosiddetta
"vigna barberini", al centro del Palatino, è stata dunque rinvenuta la
sala da pranzo della villa neroniana: un ampio salone destinato a feste
e intrattenimenti mondani, che grazie a una piattaforma di legno poteva
ruotare giorno e notte, imitando appunto il movimento terrestre. E in
virtù di precise descrizioni da parte di storici-conoscitori diretti
della "domus" siamo in grado di far parlare i resti riportati alla
luce: lo spazio rinvenuto dovrebbe sicuramente essere la 'coenatio
rotunda' descritta da Svetonio nella 'Vita dei 12 Cesari'.
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Julius Ebnoether
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La Vigna Barberini, teatro della scoperta dei probabili resti della
coenatio rotunda della Domus Aurea, è divenuta proprietà demaniale ed è
stata annessa al parco archeologico del Palatino-Foro Romano agli inizi
del Novecento. A partire dagli anni Trenta, l'area fu oggetto di estesi
scavi, condotti da Alfonso Bartoli, che misero in luce le fondazioni di
un tempio (60 x 40 metri), identificato con quello del Sole, edificato
dall'imperatore Elagabalo, che regnò dal 218 al 222 d.C. Elagabalo
riunì in questo luogo di culto le reliquie più sacre della religione di
Roma, tra cui la Magna Mater, il fuoco di Vesta e il Palladio
(simulacro di Pallade). Quest'ultima circostanza spiegherebbe la
denominazione «Pallara» assunta dalla zona nel Medioevo. Alla terrazza del tempio si accedeva per mezzo di un ingresso
monumentale, detto Pentapylum, i cui resti sono forse da riconoscere in
quelli visibili sull'odierna via di San Bonaventura.
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Laura Larcan
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Scoperta la "Coenatio rotunda", la sala da pranzo della Domus Aurea. La
"Cenatio Rotunda" con vista mozzafiato dal Palatino sulla valle del
Colosseo. Il ritrovamento è avvenuto per caso durante gli scavi alla
Vigna Barberini. Un congegno formato da doppi archi a raggiera che
sostenevano una piattaforma circolare di almeno sedici metri di
diametro. La rotazione non è casuale: si lega alla simbologia del sole
cui si assimilava l'imperatore romano. Fino ad oggi era rimasta avvolta
nel mito della figura di Nerone. Svetonio, nella biografia
dell'imperatore romano, la definiva "coenatio rotunda", la sala da
pranzo della Domus Aurea che girava di giorno e notte imitando il
movimento della terra, per godere di un panorama mozzafiato dall'alto
del Palatino, sulla valle del Colosseo, quando ancora era invasa dal
grande lago.
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Julius Ebnoether
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 Secondo la Prof.ssa Rachel Elior, i cui studi sull’argomento saranno
presto resi noti, sarebbe sbagliata la teoria che propugna gli Esseni
come un gruppo religioso ebraico esistente in Giudea prima della
distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C. Elior è contro l’opinione
diffusa tra gli studiosi dei rotoli del Mar Morto secondo la quale gli
Esseni hanno scritto i ‘rotoli’ a Qumran. La studiosa sostiene invece
che questi siano stati scritti a Gerusalemme dai sacerdoti del Tempio
spodestati. A suo avviso sono stati sprecati sessanta anni di ricerca
per tentare di trovare nei rotoli tracce degli Esseni, ma questi non
sono mai esistiti, sono un’invenzione da Giuseppe Flavio (storico
ebreo-romano). Nel suo libro “La Guerra Giudaica”, Giuseppe Flavio
descrive gli Esseni come una setta religiosa ascetica e mistica che
viveva in astinenza dai piaceri mondani, compreso il sesso. E’ una
storia di errori che semplicemente non ha senso. Si ritiene comunemente
che siano stati gli Esseni a scrivere i rotoli del Mar Morto, scoperti
nelle grotte di Qumran nel 1947. I rotoli consistono in svariati
documenti religiosi compresi copie, ben conservate, di alcuni libri
della Bibbia ebraica. Molti studiosi dichiarano che gli Esseni furono i
primi cristiani o erano collegati a Giovanni il Battista e a Gesù
Cristo.
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Ofri Ilani
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 Scholarship suggesting the existence of the Essenes, a religious Jewish
group that lived in the Judea before the destruction of the Second
Temple in 70 CE, is wrong, according to Prof. Rachel Elior, whose study
on the subject will be released soon. Elior blasts the predominant
opinion of Dead Sea Scrolls scholars that the Essenes had written the
scrolls in Qumran, claiming instead that they were written by ousted
Temple priests in Jerusalem. "Sixty years of research have been wasted
trying to find the Essenes in the scrolls. But they didn't exist, they
were invented by Jewish-Roman historian Josephus. It's a history of
errors which is simply nonsense," she said.
In his book "The Jewish War," Flavius Josephus describes the Essenes as
an ascetic, mystical religious sect that lived in abstinence from
worldly pleasures, including sex. The Essenes are commonly believed to
have written the Dead Sea Scrolls, which were discovered in a Qumran
cave in 1947 and are considered the most significant archaeological
discovery of the past century. The scrolls consist of numerous
religious documents including preserved copies of the Hebrew Bible,
untouched from as early as 300 BCE.
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Aaron Hosios
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 For more than 60 years, scholars have believed that members of the
ancient Jewish sect the Essenes wrote the Dead Sea Scrolls, a set of
roughly 900 documents, including several ancient copies of Biblical
documents, that were discovered in the 1950s near the Dead Sea. Hebrew
University of Jerusalem professor of Jewish thought Rachel Elior,
visiting professor to the University in spring 2003, challenges this
long-held belief with her new book which argues that the Essenes never
existed. In her book, “Memory and Oblivion: The Secret of the Dead Sea
Scrolls,” Elior proposes that another Jewish sect, the Sadduces,
authored the Scrolls, a claim that is stirring up controversy among
members of the Princeton Theological Seminary Dead Sea Scrolls Project.
The Sadducees are one of three sects that the Jewish people segregated
into during the centuries before the Common Era, according to Flavius
Josephus, the Jewish historian of the first century. The largest of
these sects was the Pharisees, a mainstream rabbinical group that
rivaled the Sadducees, a sect of priests the Pharisees rejected for its
adoption of Greek beliefs. The Essenes were a small, ascetic and
mystical group.
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Emanuela Cella Ferrari
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 Gli Esseni furono una setta di grande interesse, con una visione del
mondo molto particolare. Essi espressero per la prima volta idee che
sono della massima importanza per il nostro tempo. Per avere notizie su
di loro bisogna risalire alla grande scoperta, fatta nel 1947,
all'interno di grotte situate nei pressi di Qumran, nel Mar Morto
(vedi: Manoscritti del mar Morto), nelle quali vennero ritrovati rotoli
interi di documenti e numerosi frammenti degli stessi. Una parte
consistente di documenti è già stata pubblicata, una parte ancora no. I
primi scopritori si convinsero che la setta dei rotoli fosse la
comunità degli Esseni. Questa comunità era già conosciuta da secoli,
attraverso gli scritti degli autori antichi, tra i quali Flavio
Giuseppe e Filone Alessandrino, famoso filosofo giudaico. Lo
stanziamento degli Esseni è menzionato anche da Plinio il Vecchio,
vissuto nel primo secolo della nostra era, autore di un'opera di storia
naturale in lingua latina. Nei rotoli ritrovati non compare il nome
Esseni. Nelle fonti greche essi sono citati come Essaioi o Essenoi. Sul
significato della parola Esseni sono state fatte numerose congetture.
Secondo alcuni sembra che la forma latina potesse derivare dall'ebraico
" hasidium" (pii), secondo altri il nome derivava dall'aramaico "asya"
(medico).
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Tim McGirk
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 Biblical scholars have long argued that the Dead Sea Scrolls were the
work of an ascetic and celibate Jewish community known as the Essenes,
which flourished in the 1st century A.D. in the scorching desert
canyons near the Dead Sea. Now a prominent Israeli scholar, Rachel
Elior, disputes that the Essenes ever existed at all — a claim that has
shaken the bedrock of biblical scholarship. Elior, who teaches Jewish
mysticism at Jerusalem's Hebrew University, claims that the Essenes
were a fabrication by the 1st century A.D. Jewish-Roman historian
Flavius Josephus and that his faulty reporting was passed on as fact
throughout the centuries. As Elior explains, the Essenes make no
mention of themselves in the 900 scrolls found by a Bedouin shepherd in
1947 in the caves of Qumran, near the Dead Sea. "Sixty years of
research have been wasted trying to find the Essenes in the scrolls,"
Elior tells TIME. "But they didn't exist. This is legend on a legend."
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Lawrence Sudbury
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 Ancora ai tempi di Gesù, la memoria collettiva della appassionata
difesa della libertà e del diritto di servire solo Dio era ancora ben
viva nel Popolo d’Israele: solo 150 anni prima, i sostenitori degli
Asmonei (Maccabei) detti “Hasidim” (cioè “i pii”), mossi da un profondo
senso religioso, avevano volontariamente preso le armi per combattere
contro l’oppressione pagana dei Seleucidi[1]. Certamente i dominatori
romani del periodo di Gesù erano molto meno oppressivi dei loro
predecessori, ma la mancanza di libertà e i frequenti conflitti
relativi al contrasto tra israelitismo e valori pagani che animavano
gli invasori stranieri portavano spesso il popolo a ricordare gli eroi
del passato, considerati strumenti della vendetta divina. Il gruppo
politico maggioritario, o almeno con il maggior seguito popolare era,
nel I secolo, quello dei Farisei che, nonostante la loro quasi
maniacale devozione ai comandi divini, sembrava accontentarsi di
condannare l’idolatria romana e di fare in modo da rimanere separati da
qualunque possibile contaminazione religiosa: sebbene in alcune
occasioni anch’essi divenissero oggetto di brutali repressioni per il
loro ostinato rifiuto di accettare qualunque pratica pagana legata al
culto dell’imperatore, in nessun caso, nel periodo in esame, avrebbero
giustificato l’uso della violenza per portare avanti le loro istanze[2].
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Julius Ebnoether
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 Incisioni e disegni rupestri recentemente riscoperti nel sud
dell’Egitto sono del tutto simili per età e stile alle pitture dell’Età
della Pietra di Lascaux, Francia, e Altamira, Spagna, hanno dichiarato
gli archeologi. “Non è un’esagerazione parlare di Lascaux sul Nilo, ha
dichiarato il capo della spedizione Dirk Huyge, curatore della
Collezione Egiziana al Museo Reale d’Arte e Storia di Bruxelles,
Belgio. La forma d’arte è diversa da qualsiasi altro esemplare mai
scoperto in Egitto. Le incisioni – stimate risalire a 15,000 anni or
sono – sono state cesellate sui fianchi calcarei delle colline presso
il villaggio di Qurta, circa 640 km a sud del Cairo. Delle più di 160
figure scoperte fino ad ora, la maggior parte ritrae tori selvatici. La
più grande misura circa due metri di ampiezza. Le scoperte del team
saranno pubblicate sul numero di settembre della rivista inglese
Antiquity. Si tratta della “seconda scoperta” dell’arte di Qurta.
Alcune delle incisioni erano state trovate nel 1962 da un gruppo di
ricercatori dell’Università di Toronto, Canada. Il capo della
spedizione, Philip Smith, aveva allora ipotizzato - in un articolo del
1964 della rivista Archaeology - che le figure risalissero al
Paleolitico (da 2.5 milioni a 10,000 anni or sono). Gli esperti del
Paleolitico, risposero allora che si trattava di pura follia – perché
“l’Europa era la culla dell’arte”.
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Dirk Huyge
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 Rock art surveying by a Belgian archaeological mission in March-April
2004 in the el-Hosh area on the west bank of the Nile, about 30km south
of Edfu in Upper Egypt, led to the discovery of a hitherto unknown
petroglyph locality at the southernmost tip of a Nubian sandstone hill
called Abu Tanqura Bahari, about 4km south of the modern village of
el-Hosh (Figure 1). This locality (designated ATB11) shows, among other
things, several images of bovids executed in a vigorous naturalistic,
‘Franco-Cantabrian, Lascaux-like’ style, which are quite different from
the stylised cattle representations in the ‘classical’ Predynastic
iconography of the fourth millennium BC. On the basis of patination and
weathering, these bovid representations are definitely extremely old.
They most probably predate the fish-trap representations and associated
scenery previously documented at several locations in the el-Hosh area
and AMS 14C dated to >7000 BP (Huyge et al. 2001; Huyge 2005). As
these el-Hosh bovid images are similar to cattle representations that
had been discovered in 1962-1963 by a Canadian archaeological mission
(the Canadian Prehistoric Expedition) on the east bank of the Nile, in
the Gebel Silsila area, the Belgian mission attempted to retrace the
latter images. The attempt was successful and the sites were recovered
in October-November 2005 near the modern village of Qurta, along the
northern edge of the Kom Ombo Plain, about 40km south of Edfu and 15km
north of Kom Ombo (Figure 1). As far as we know, these sites, which are
still in pristine condition, have not been visited again by
archaeologists since the time of their discovery in 1962-1963.
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Wouter Claes
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 En février et mars 2007, les MRAH, financés par l'Université de Yale en
collaboration avec Vodafone Égypte, ont entamé un projet de recherche
sur les sites d'art rupestre de Qurta, sur la rive est du Nil, à
l'angle nord de la plaine de Kom Ombo, à 40 kilomètres au sud d'Edfou
et à 15 kilomètres au nord de Kom Ombo. L'équipe comprenait aussi des
scientifiques de l'Université de Yale (USA), de l'Université de
Californie à Los Angeles (USA), de l'Université nationale australienne
(Canberra, Australie), de l'Université américaine au Caire (Égypte) et
de l'Université de Gand (Belgique). Une autre recherche sur l'art
rupestre, menée en 2004, par la même mission dans la région de el-Hosh,
sur la rive occidentale du Nil, à une trentaine de kilomètres au sud
d'Edfou, avait abouti à la découverte d'un intriguant site d'art
rupestre au sommet le plus méridional d'une colline de grès nubien
baptisée Abu Tanqura Bahari, à environ 4 kilomètres au sud du village
actuel de el-Hosh. Ce site montre, parmi d'autres choses, plusieurs
représentations de bovidés exécutées dans un style naturaliste
semblable au style franco-cantabrique, tel que celui de Lascaux, lequel
est très différent des représentations de bétail stylisées dans
l'iconographie prédynastique 'classique' du 4e millénaire avant J.-C.
Sur base de la patine et de l'altération, on peut déterminer que ces
représentations de bovidés sont extrêmement vieilles. Celles-ci étant
comparables à des images de bétail découvertes, en 1962-1963, par une
mission archéologique canadienne (The Canadian Prehistoric Expedition)
sur la rive orientale du Nil, dans la région du Djebel Silsila,
l'équipe belge a tenté de retrouver ces dernières. La tentative fut
couronnée de succès et les sites furent localisés en mars-avril 2005 à
proximité du village moderne de Qurta, le long de l'arête
septentrionale de la plaine de Kom Ombo.
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Dan Morrison
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 Rock face drawings and etchings recently rediscovered in southern Egypt
are similar in age and style to the iconic Stone Age cave paintings in
Lascaux, France, and Altamira, Spain, archaeologists say. "It is not at
all an exaggeration to call it 'Lascaux on the Nile,'" said expedition
leader Dirk Huyge, curator of the Egyptian Collection at the Royal
Museums of Art and History in Brussels, Belgium. "The style is
riveting," added Salima Ikram of the American University in Cairo, who
was part of Huyge's team. The art is "unlike anything seen elsewhere in
Egypt," she said. The engravings—estimated to be about 15,000 years
old—were chiseled into several sandstone cliff faces at the village of
Qurta, about 400 miles (640 kilometers) south of Cairo (Egypt map). Of
the more than 160 figures found so far, most depict wild bulls. The
biggest is nearly six feet (two meters) wide. The drawings "push
Egyptian art, religion, and culture back to a much earlier time," Ikram
said. The team's findings will be published in the September issue of
the British quarterly journal Antiquity. The Qurta art has now twice
been uncovered by modern researchers.
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